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«Malaguzzi ci spronerebbe a migliorare e ad avere nostalgia... del futuro»

Luca Vecchi* ; *sindaco di Reggio Emilia
«Malaguzzi ci spronerebbe a migliorare e ad avere nostalgia... del futuro»

Il sindaco Luca Vecchi: «Il Reggio Approach non è solo un approccio pedagogico ma rappresenta la “reggianità” Deve diventare il punto di partenza di un progetto politico che non parli solo alla città ma all’Italia e all’Europa»

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L’INTERVENTO

Luca Vecchi*

Il centenario della nascita di Loris Malaguzzi non è solo una celebrazione fondamentale di un cittadino illustre, di una delle più importanti personalità della storia della città del secolo scorso, ispiratore e fondatore della straordinaria storia dei nidi e scuole d’infanzia di Reggio Emilia. Diventa inevitabilmente un crocevia storico per la città, un’occasione di riflessione, di progettazione tra passato, presente e futuro, con al centro il valore dell’educazione ancora oggi principale competenza distintiva della città nel mondo.

Ma ripercorrere lo straordinario contributo di Malaguzzi non può prescindere da un dato ineludibile: la città, la comunità, il contesto potremmo dire, senza il quale oggi non saremmo arrivati fin qui.

Quella storia forse dovremmo farla risalire proprio ai giorni successivi alla Liberazione.

«La nostra storia – scrisse Malaguzzi nel ‘89 – nasce alcuni giorni dopo la Liberazione, si tratta di un’epoca lontana ma di un’epoca che sentiamo ancora essere al nostro interno e nasce attraverso l’intuizione della gente; nasce sulla base di una intuizione, di una concretezza, di una speranza, di una utopia che fa sì che partano, senza che nessuna suggerisca niente a loro, e cominciano a costruire a Villa Cella la loro scuola. Non era la loro scuola, in un certo senso sì, ma era la scuola soprattutto che volevano per i bambini, una specie di rivincita, di riscatto, una specie di realizzazione forte, forte anche delle speranze che una iniziativa del genere conteneva».

Quei mattoni ripuliti uno ad uno, tolti dalle case bombardate e recuperati per costruire una nuova scuola, dalle donne e dagli uomini della nostra città, danno il senso di ciò che si è costruito, di ciò che è arrivato fin qui. Danno il senso di una esperienza collettiva fatta da insegnanti, pedagogisti, atelieristi, cuochi, genitori, intellettuali di svariate competenze, di amministratori pubblici, fatta soprattutto di donne, del loro protagonismo e della loro volontà di costruire un futuro migliore per i propri figli.

Credo che recuperare nella lettura del contesto storico, politico e culturale il senso del noi, del protagonismo di una comunità sia anche il modo più giusto ed equilibrato per riconoscere il valore soggettivo dell’opera di Malaguzzi.

Non ci sarebbe mai stato il Reggio Approach senza Reggio Emilia e la nostra città non sarebbe la stessa senza l’esperienza delle nostre scuole.

Nel pensare a questo credo che dovremmo avere il coraggio di dire una cosa: il Reggio Approach non è solo un approccio pedagogico, il Reggio Approach è Reggio.

C’è dunque una relazione profonda tra il Reggio Approach e Reggio Emilia, qualcosa che va oltre la pedagogia, che si spinge persino oltre la politica e che coinvolge invece una dimensione assolutamente antropologica, cioè attinente al sistema dei comportamenti collettivi consolidati di una comunità. Jerome Bruner, cittadino onorario, affermò a più riprese che la cosa che più lo aveva colpito nell’arrivare a Reggio per visitare le nostre scuole era «una rara forma di cortesia e cordialità dei suoi cittadini» qualcosa, a giudizio di Bruner, che era da considerarsi non un semplice dato sociologico, ma un elemento fondamentale per capire le ragioni del successo delle nostre scuole.

Qualche anno più tardi uno dei più grandi intellettuali contemporanei, Howard Gardner, arriverà a sottolineare un concetto per certi versi unico e straordinario. Gardner afferma che «Reggio Emilia ha le caratteristiche di una comunità etica, una vera e propria comunità educante».

Sono due intellettuali americani a dirci che nella dimensione antropologica e nella statura etica di un popolo c’è la radice della straordinaria esperienza delle nostre scuole.

Il modo in cui i reggiani affrontano il ‘700, liberandosi del Ducato fino alla realizzazione della Basilica della Ghiara. L’esperienza Cispadana, la nascita del Tricolore e il contributo al Risorgimento fino alla capacità di riuscire a realizzare uno dei migliori teatri del Paese. L’antifascismo, la Resistenza e la Liberazione. La crisi e l’occupazione delle Reggiane e la nascita del modello economico reggiano. La storia del movimento cooperativo. Fino alle imprese contemporanee come la stazione ad Alta Velocità e il Core.

Ognuno di questi eventi, apparentemente distanti e indipendenti, ha in sé in realtà i caratteri fondamentali della reggianità.

Il percorso di un popolo verso la libertà, verso la piena emancipazione del proprio potenziale, la fatica dei reggiani per arrivare al traguardo sempre ispirati da quel bisogno costante di innovazione, di solidarietà, di fiducia nel capitale umano, di voglia di partecipare a costruire.

Tutti valori senza i quali non vi sarebbero state le nostre scuole e che nelle nostre scuole forse, nell’atelier, nella piazza, nella cucina, nel lavoro quotidiano di una “comunità educante” hanno trovato la loro più compiuta ed esaltante manifestazione.

Per questo credo che il 2020 non possa essere semplicemente un anno di celebrazioni. Suonerebbe del tutto inadeguato e insufficiente al nostro tempo fermare l’orologio per limitarci a ricordare i meriti di una grande storia collettiva.

Abbiamo bisogno di leggere il presente, le sue complessità e cogliere lì le sfide che nella contemporaneità deve saper interpretare il Reggio Approach.

Ogni elaborazione teorica, anche quando trova una sua significativa applicazione, deve costantemente reinventarsi, deve rispondere alle domande del proprio tempo, pena il rischio di un suo progressivo esaurimento.

La società contemporanea è attraversata da processi involutivi, un rinnovato bisogno di autorità, un progressivo e diffuso allontanamento dei cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica, un preoccupante diffondersi di cultura dell’odio, di nuove e antiche discriminazioni che riemergono, paura, solitudine, la perdita di senso di comunità.

Il Reggio Approach è stato l’esatto contrario di tutto questo e “i cento linguaggi” sono oggigiorno uno straordinario manifesto contemporaneo dei valori intorno a cui organizzare un altro orizzonte, un’altra società.

I 100 linguaggi dei bambini sono la metafora di una società che riconosce i diritti, dei bambini e delle persone anzitutto, ad esprimersi nella loro libertà, testimoniano il valore del pluralismo che a Reggio ha reso possibile integrare i tanti progetti pedagogici, ma ha reso naturale la contaminazione tra i saperi umanistici e scientifici, tra i linguaggi dell’arte e della cultura. I cento linguaggi ci dicono che la “cultura della differenza” è un valore e non invece qualcosa di cui avere paura, erigendo muri o scatenando odio.

“Qui nessuno è straniero” è scritto al Centro Internazionale e nelle nostre scuole.

I cento linguaggi sono il primato della complessità sulla superficialità.

Al Reggio Approach negli anni ‘20 del terzo millennio non è chiesto di produrre semplicemente innovazione nella pedagogia e nell’educazione, perché se assumiamo il legame reciprocamente indissolubile tra l’esperienza pedagogica e la nostra comunità allora è nelle cose che l’evoluzione e l’innovazione che ogni giorno si ricerca nelle scuole, negli atelier, nelle cucine seguirà il flusso del processo di trasformazione e cambiamento continuo della nostra città.

Al Reggio Approach oggi è chiesta invece un’innovazione di altro tipo, più impegnativa, un’innovazione politica della società, il contributo ad un nuovo pensiero civile, ad un alfabeto di valori capace di regolare i principi della comune convivenza.

È qui che le nostre scuole, peraltro di ogni ordine e grado, possono assolvere alla loro funzione storica, tenendo insieme le due grandi sfide dell’epoca contemporanea: l’emergenza educativa di una società dove la cultura, il sapere, la creatività sembrano a volte diventare variabili indipendenti, e l’emergenza ecologica che in realtà è la grande sfida ad una società che assuma la sostenibilità a 360° come proprio fondamentale riferimento.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Loris Malaguzzi, e dunque non posso avere la presunzione di immaginare cosa oggi potrebbe dirci, ma da (ex) bambino di quelle scuole cresciuto in questa città, credo che Loris Malaguzzi non ci chiederebbe di fermarci a celebrare le glorie del passato. Voglio immaginare che ci consiglierebbe, che ci spronerebbe, che ci criticherebbe, ma sempre con l’invito a non avere nostalgia del passato ma ad “avere nostalgia del futuro”.

Ci chiederebbe di andare oltre ed io credo che il nostro compito oggi sia quello di prendere per mano il Reggio Approach e di farne il punto di partenza di un progetto di città, di un progetto politico che non parli solo ai reggiani; che – in forza della sua esperienza – dica parole nuove all’Italia, all’Europa e soprattutto comunichi una visione altra del mondo. —

*sindaco di Reggio Emilia





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