Sergio Bolognino tra i 14 a giudizio Chiedono lo sconto altri 22 “reggiani”
Clan Grande Aracri, ieri si è chiusa l’udienza preliminare in Veneto: in tempo per evitare la scadenza delle misure cautelari
Il volto amico e le tasche piene di soldi. Dietro, un piccolo esercito di guardaspalle, qualche esperto di contabilità e tanti soldatini, arruolati anche in terra veneta, pronti a eseguire qualsiasi ordine. Prima una stretta di mano, la proposta di buoni affari e di prestiti facili, poi a spallate sempre più forti il tentativo di impadronirsi dell’impresa inciampata in qualche difficoltà e la pretesa di interessi alle stelle. E se non arrivava il “sì” dal padroncino o dall’immobiliarista-costruttore alle prese con il vento della crisi, dalle minacce alla violenza fisica è un lampo: si può solo far squadra, mettendosi al servizio del clan o il rischio è alto. Il Veneto come la terra calabra di Cutro, dove la cosca Grande Aracri detta legge. Ieri è arrivata la prima resa dei conti per i burattinai della banda criminale legata alla ’ndrangheta che ha seminato paura e malaffare: 14 rinvii a giudizio e, quanto ai riti alternativi che prevedono lo sconto di un terzo della pena, 4 patteggiamenti e 34 giudizi abbreviati.
Tutti dentro
Ieri nell’aula bunker di Mestre con la sentenza pronunciata dal gup veneziano Francesca Zancan stop a qualsiasi via di fuga. Il 13 marzo sarebbero scadute le misure cautelari scattate il 12 marzo 2019. Non ha nascosto un sorriso il pm Paola Tonini della Direzione distrettuale antimafia di Venezia, titolare dell’inchiesta Camaleonte: il cerchio è chiuso e la macchina della giustizia può aprire il capitolo processuale. Prossimo appuntamento il 23 marzo per il processo ordinario davanti al tribunale di Padova (per ragioni di sicurezza nella sede di Venezia).
Tra gli imputati, il “reggiano” Sergio Bolognino, 51enne originario di Locri e residente nel Vicentino, uno dei tre fratelli già coinvolti nel processo Aemilia. Senza troppi giri di parole, è lui a dire all’imprenditore trevigiano Stefano Venturin e alla moglie Maria Giovanna Santolin: «Devi fare quello che dico... Se non lo fai, ti spacco le gambe, la testa... Tu e la p... di tua moglie dovete lavorare e stare zitti... dovete compiacere la nostra famiglia».
Loro, titolari di Signal srl poi Gs Scaffalature e Automazioni srl a Galliera Veneta, subiscono. E chinano il capo in «uno stato di assoggettamento assoluti» si legge nelle carte d’indagine. Sergio insiste: «Vengo e ti prendo a te, a tua moglie, a tuo figlio... ti squaglio dentro l’acido... Non ti preoccupare che ti trovo». Nel 2013 una pesante aggressione («ti svito la testa... stermino la tua famiglia») e la faccia spaccata. Scatta la denuncia: i coniugi raccontano tutto. Passano gli anni, non inutilmente. Spunta il superpentito Giuseppe Giglio, ai domiciliari in una località segreta con la famiglia. Per i fratelli Bolognino e il loro piccolo esercito è l’inizio della fine: prima in terra emiliana, ora in Veneto. Poco meno di un anno fa, scattano di arresti. Marito e moglie sono tornati nel Trevigiano: vita riservata e profilo basso. In aula si sono costituiti parte civile reclamando 200 mila euro a testa con l’avvocato Cristiano Biadene: «I miei assistiti hanno fatto quello che dovevano, chiedere tutela giuridica allo Stato. E lo Stato ha risposto con impegno».
A processo due imprenditori di Vigonza, passati dalla parte de boss, Luca De Zanetti («Ti brucio la casa se non mi paghi» dice al veneziano Luciano Ferraresso) ed Emanuel Levorato («firma, hai famiglia, perché dobbiamo arrivare a farci male» si rivolge a Marco Coda) con Andrea Bision di Campagna Lupia, specialista nelle società cartiere. Per De Zanetti è caduta l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso (era l’unico veneto) contestata a Michele e Sergio Bolognino, i calabresi Giuseppe Richichi (guardiaspalle dei fratelli), il commercialista e mente contabile del gruppo Agostino Donato Clausi e il “picchiatore” Genesio Antonio Mangone, quello che si vantava con una vittima «io non vado per vie legali...».
Riti alternativi
Patteggiamento il 20 maggio davanti al gup veneziano Luca Marini per il pentito Giglio in continuazione con altre condanne; per gli impresari veneziani Eros Carraro di Spinea (un anno e 5 mesi) e Massimo Nalesso di Pianiga (un anno e 7 mesi), per il padovano Roberto Rizzo di Cervarese Santa Croce (un anno e 4 mesi). A una condizione: il pagamento del debito con il fisco che va dai 20 ai 90 mila euro. Per gli altri 34 (compresi Michele e Francesco Bolognino e altri 20 “reggiani”) giudizio abbreviato: se siano colpevoli o meno, lo deciderà il gup Marini nell’arco di cinque udienze (dal 18 maggio). Gravi le accuse contestate ai 52 imputati (a vario titolo): oltre ad associazione mafiosa (solo per cinque), associazione a delinquere, estorsione, violenza privata, lesioni, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio e sequestro di persona. Parti civili la Regione Veneto, la presidenza del Consiglio dei Ministri, l'Agenzia delle Entrate. E altre vittime: l’immobiliarista Nicola Pittarello (avvocato Stefano Marrone); Adrian Arcana (avvocato Davide Pessi); nella doppia veste di imputato-vittima l’imprenditore Luca De Zanetti (avvocato Pietro Someda). Stralciate due posizioni (uno è latitante). Procedimento a parte per l’imprenditore veneziano Fabrizio Semenzato che ha già saldato i 5 milioni di debito con l’Erario. —
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