La “restanza” esiste Ecco come si produce
Esperienza del festival sull’Appennino calabrese (spopolato) «Un metodo per salvarsi, quando il divano detta legge»
Recentemente in un editoriale dedicato alla Montagna reggiana avevo parlato di “restanza”. Cioè della rivoluzione non sentimentale del “rimanere”. E si scopre che “Restanza” è anche il nome di un’iniziativa reggina (non reggiana), che appunto ha svolgimento a Bovalino, costa jonica della Calabria. Là ci provano così. Volete vedere che da Appennino ad Appennino (dall’emiliano all’Aspromonte) la creatività dà una mano? Abbiamo intervistato il direttore artistico, Ruggero Brizzi.
Mi faccia capire, voi che organizzate il festival in Calabria, credete proprio alla “restanza”? È l’unica maniera per salvare la Montagna?
«Potrebbe essere un metodo. Salvarsi dall’abbandono e dall’abitudine. Dalla strenua rassegnazione del tempo che non passa solamente ma che si svela esistente anche in luoghi remoti e in mesi dimenticati. “Restanza” è, per noi, un atteggiamento necessario ad afferrarci alla vita, senza che questa ci passi davanti tra accettazione delle rinuncia e passività sociale».
In poche battute, dove avviene e come avviene questa serie di manifestazioni?
«Siamo sulle colline della costa jonica calabrese, a Bovalino Superiore. Ai piedi dell’Aspromonte. In un castello normanno del 1100 che la politica rozza fece attraversare (e distruggere in parte) da una strada e che stiamo, insieme a tanti operatori, provando a far rivivere, attraverso l’organizzazione di una rassegna musicale, chiamata appunto “Restanza”. Gruppi, performer e band di tutto il mondo si incontrano con artisti “locali” per contagiarsi, aprirsi nuovi spazi, suonare insieme in uno scenario che resta ancora incantevole, ma che finalmente si apre all’Europa con la sfida di farlo nei martedì o mercoledì di febbraio e novembre, quando il divano dovrebbe essere legge».
Costi, età media, stagione, target, risultati...
«“Restanza” è una rassegna autofinanziata attraverso sponsor privati, autotassazione dei soci, ticket del pubblico e patrocinio dell’amministrazione comunale. A metterla in piedi siamo una decina di uomini e donne tra i 25 e i 35 anni che da ottobre a maggio investono tre giorni al mese nel realizzare concerti con band provenienti da tutta Europa, rivolti ad interessati del settore musicale ma con affermazioni di pubblico che vedono poi gente di tutte le età e da tutta la provincia».
E gli esiti quali sono, soltanto estivi? Unicamente turistici?
«In realtà d’estate ci fermiamo. Non siamo interessati a lucrare ma a “passare l’inverno”. A far accadere delle cose. A creare una rete di artisti che unisca la provincia reggina e faccia rivivere un borgo in cui i 100 residenti, per una volta al mese, possano avere 200 vite in paese nella tristissima infra-settimanalità invernale reggina. E per ora va bene».
Chi resta ama la Montagna. Chi organizza il vostro festival ama restare. Ma davvero un tema sociale ed economico si risolve con l’amore?
«Vogliamo credere che si possa ancora amare con disinteresse. Come fanno i gruppi calabresi che vengono a suonare gratis, per il solo spirito dell’iniziativa. Come chi percorre 600 chilometri ogni mese per dare un contributo alla causa. Come chi offre gratuitamente il service audio per i live. Come chi lascia impegni e lavoro per amor proprio e della propria terra. Non so se si possa risolvere, ma si può certamente cominciare dall’amore».
Il vostro modello è trasferibile quassù? Oppure ha importanza la vostra straordinaria radice che richiama “a casa” anche i lontanissimi?
«Credo che la relazione tra gli uomini e la rete di forze musicali e artistiche che stiamo creando, sia in questo caso l’elemento base che potrebbe trasferire “restanza” ovunque.
Il “calabrese” legatissimo alla propria terra è un dato di fatto oggettivo e reale, ma causato dal fatto che il calabrese non la può più vivere la propria terra perché costretto a cercare fortune altrove. Sono certo che anche un reggiano, un modenese, un emiliano, costretto a vivere fuori dalla propria regione e dai propri affetti sarebbe legatissimo ai propri luoghi di origine, al pari di qualsiasi calabrese».
Che cosa si sente di dire, consigliare, sperimentare ai colleghi appenninici emiliani?
«Di non spaesarsi nel silenzio e nella nebbia dei propri luoghi, per accogliersi e incontrarsi, per ascoltarsi e presentarsi ad esperienze nuove». —
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