«La speranza non va mai perduta ma coltivata come un fiore»
È la lezione imparata dagli studenti delle scuole reggiane nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück
«La speranza non va mai perduta ma coltivata proprio come un fiore». Vengono a casa comunque con un messaggio di speranza, le ragazze e i ragazzi del Viaggio della Memoria organizzato da Istoreco, impegnati in queste settimane a Berlino, nei tre turni dell’esperienza 2020. Una delle mete principali del programma del Viaggio è Ravensbrück, il principale campo di concentramento femminile, costruito sulle rive di un bel lago in una delle principali zone residenziali della campagna berlinese.
Nel periodo 1939-1945 vi sono passate 132.000 donne mentre nel vicino campo per minorenni, Uckermark, sono state imprigionate oltre mille ragazze. Le persone deportate a Ravensbrück, soprattutto per motivi politici, appartenevano a più di quaranta nazionalità. Decine di migliaia vennero uccise, morirono di fame o furono vittime di esperimenti medici terrificanti, portati avanti dai medici nazisti con “cavie” che per loro erano meno che oggetti. L’esperienza al campo si è rivelata particolarmente intensa, soprattutto per le viaggiatrici, inevitabilmente coinvolte in prima persona. Se l’immaginario porta a pensare a “lager” per uomini, il complesso berlinese apre anche a loro un’immedesimazione profonda. «Quella mattina mi sono svegliata pensierosa, sapevo che non sarebbe stato facile conoscere le vite di donne o ragazze come me alle quali è stato privato tutto: libertà, umanità e vita. Sono scesa dall’autobus, ho alzato gli occhi ed è in quel momento che ho immaginato tutto l’orrore che era stato fatto lì. Sono stata in silenzio per tutto il tempo», racconta Debora Petrov della 4°G del liceo Canossa di Reggio Emilia tornando al giorno in cui – con le sue compagne di classe – è andata a Ravensbruck. Una lunga giornata fra vento, pioggia e i brividi delle narrazioni, conclusa con un omaggio floreale individuale. «Alla fine della visita toccava a noi fare qualcosa, cioè lasciare in ricordo un fiore come simbolo. Io l’ho appoggiato all’entrata dei forni crematori e dopo sono rimasta lì per un paio di minuti a riflettere; una volta uscita non riuscivo a togliermi dalla testa una frase: “Perché tutto questo?”». Ha fatto il pieno di emozioni anche Andrea De Lellis, sempre della 4° G del Canossa. E anche lei riparte dal proprio fiore bianco: «Siamo stati al campo di Ravensbrück, luogo che è diventato teatro del processo di disumanizzazione di molti individui (quasi esclusivamente donne in questo caso). Alla fine della visita guidata nel campo, durante cui siamo entrati in contatto con storie di alcune donne internate lì, ci è stato proposto di lasciare un fiore dove volevamo all’interno dello stesso campo», spiega. In quel momento è arrivata la “illuminazione”. «È nel momento in cui sono andato ad appoggiare quel fiore sulla riva del lago (che è diventato cimitero perché in esso venivano rilasciate le ceneri dei corpi cremati), che ho capito come la vita di quelle persone sia stata stravolta con l’esperienza dei campi di lavoro. In modo particolare ho provato a immedesimarmi in tutti quei ragazzi che avevano particolari sogni o ambizioni e che, ad un certo punto della loro vita, proprio come un cielo che da azzurro diviene grigio in un istante, sono stati costretti a rinunciarci o a perdere la speranza». La morale sta proprio qui: «Come ci insegna questa esperienza la speranza non va mai perduta ma coltivata proprio come un fiore».
La visita porta con sé le riflessioni ben espresse dalle ragazze del Canossa ma anche tante domande, non facili. Come quelle che Victoria, della 5° S dell’istituto Russell di Guastalla, ha scritto in una poesia: «Chi sono io? Quali diritti ho? Sono tenuto prigioniero, non ho più libertà, non posso esprimere il mio pensiero! Spero sempre in un cambiamento, ma ormai sono quasi rassegnato. Dentro ad un muro sono stato relegato, non vedo l’orizzonte, mi è rimasta solo l’immaginazione. Verrà un giorno in cui tutto si trasformerà, in cui noi potremo finalmente gridare “Libertà”. E saprò veramente “chi sono io”!». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
