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Reggio Emilia, la lettera dell’assessora Rabitti: «Vi spiego perché la Cultura non deve stare al suo posto»

Annalisa Rabitti
Reggio Emilia, la lettera dell’assessora Rabitti: «Vi spiego perché la Cultura non deve stare al suo posto»

L’assessora alla Cultura descrive la sua filosofia per mettere a frutto le potenzialità: «Come incidere sulla sfera dei diritti soggettivi e collettivi, sulla vita reale»

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REGGIO EMILIA. Interesse, competenza, vivacità. Sono le tre parole che registro dopo questi primi mesi come assessora alla Cultura. Le ritrovo all’interno di una comunità larga, non tradizionalmente circoscritta, fatta di donne e uomini che hanno preso parte a “La cultura non starà al suo posto”.

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Il livello di attenzione è molto alto. Lo dimostrano le centinaia di persone – alcune anche da fuori Reggio - che volontariamente stanno partecipando, le decine di funzionari e funzionarie dei Servizi e delle Istituzioni culturali coinvolti, i giornalisti che hanno e stanno dedicando il proprio lavoro e ampio spazio al tema, i cittadini che hanno deciso di passare un sabato mattina a lavorare attorno a un tavolo e accettato di proseguire per alcuni mesi il loro impegno.

La cultura è tornata così al centro del dibattito pubblico, e questa è un’ottima notizia, per tutte e tutti.

Lo è anche per l’Amministrazione comunale che qualche mese fa ha formalizzato nelle sue linee programmatiche - e nell’assetto delle proprie deleghe, dove la Cultura è associata a Marketing territoriale, Pari opportunità e Città senza barriere - un impegno a sviluppare specifiche politiche culturali finalizzate ad incidere positivamente sulla sfera dei diritti soggettivi e collettivi e, quindi, sulla vita reale delle persone, anche di quelle più fragili.

Sì, è una pietra d’inciampo la visione da cui partiamo, per ascoltare. Sì, riteniamo che la forma – compresa quella culturale, artistica, creativa – sia un bene comune, a cui tutti possano contribuire e in cui tutti possano crescere. Una visione culturale che agilmente, necessariamente coincide con la visione della città e che naturalmente si fa politica.

La nostra visione richiede di metterci in discussione, di interrogarci. È il tempo del domandare a noi stessi, del donare per ricevere in un circolo virtuoso, non del ‘chiedere’ utilitaristico o men che meno del ‘pretendere’ in ragione di un titolo di rendita.

“In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione. Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai... La domanda è sempre al di sotto dell’urlo... La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio”, ha detto il poeta e intellettuale Edmond Jabès, da non perdere il suo ‘Libro delle interrogazioni’.

Se è questo il tempo, come esserne all’altezza? Diventando attivatori di pensiero critico e di ispirazione: creare dissenso creativo contro il rischio di omologazione e come necessità di una frizione che sia confronto, integrazione, dialogo. Suggerire percorsi che sollecitano le diverse sensibilità del pubblico e lo stimolano a una partecipazione attiva e consapevole, invitandolo a una riflessione sulle diverse domande che riguardano il futuro e la vita di tutti.

Se la cultura non ricerca, non interroga, non si occupa di diversità da noi stessi, anche in noi stessi, ebbene difficilmente avrà vita, difficilmente può diventare bene comune. Perciò ricerchiamo, nei temi, nei luoghi, nei modi, negli allestimenti.

Perciò la cultura non deve – non può più – stare al suo posto. Abbiamo intrapreso un percorso culturale di contaminazione fra linguaggi diversi, ipotizzando un approccio nuovo possibile, non definitivo, ma temporaneo, e ogni volta ripensato e ridiscusso.

L’obiettivo è favorire un “processo” teso ad accrescere la vitalità anche di aree periferiche, ricche di diversità culturali, riconoscendo, attraverso la cultura, il valore della fragilità e della differenza che ci ricorda ogni giorno chi siamo, per costruire, anche attraverso questo ascolto, una comunità accogliente ed inclusiva.

Vogliamo promuovere azioni ed eventi capaci di creare legami, per dare vita con biblioteche, scuole, musei e teatri, a percorsi di creazione, fruizione e promozione di una cultura della comprensione. Lavorare per una cultura diffusa, nei luoghi e nei quartieri, anche i più complessi, per ricucire legami sociali e ridurre distanze. Per una cultura che non sta al suo posto, la città dovrebbe tornare, come città, a parlare di più con i suoi bambini, per essere più bella, più fiduciosa e più mite.

La cultura come produttrice di diritti: che sfida. Ma come fare? Per prima cosa si ascolta, tanto. E io l’ho fatto per alcuni mesi a tempo pieno, incontrando centinaia di persone che - a vario titolo, per lavoro e passione - si occupano di cultura.

Una moltitudine di esperienze (operatori, artisti, ricercatori, storici, scrittori, volontari) e luoghi (biblioteche, musei, teatri, istituzioni culturali ed educative, associazioni). Persone che in molti casi non si erano mai incrociate.

Abbiamo messo insieme pezzi, creato connessioni, condiviso pensieri e suggestioni. Abbiamo tentato di coinvolgere tutte le competenze e le risorse della città all’interno di un progetto organico e inclusivo.

Ho cercato di fare quello che deve fare secondo me oggi un amministratore pubblico: partire da una visione, sensibilizzare i portatori di interesse, coordinare e valorizzare le risorse esistenti per realizzare un progetto comune e collettivo. Dando una strada, una visione, senza imporre idee, ma ridiscutendole e facendole emergere dagli attori e dal contesto competente.

Partecipare a questo processo non significa assistere, guardare ma contribuire ad una evoluzione della quale ci si sente attori protagonisti e della quale probabilmente si diventa anche più pronti e disponibili a condividere la responsabilità.

Ascoltare non significa chiedere. Significa essere accanto alle persone che vivono questa città. E questa città è piena di luoghi, idee, fermento. La cultura passa dalla scoperta, dal rispetto, dall’uguaglianza. Non starà al suo posto, perché il suo posto non sono esclusivamente i pur magnifici palchi e scaffali, ma le persone. Tutte.

La prima risposta della città è stata straordinaria: sabato 8 febbraio circa cinquecento persone si sono incontrate al Teatro Ariosto per proporre idee all’interno di questa visione precedentemente condivisa. Nei prossimi mesi sono in programma altri tre momenti di discussione per i 22 tavoli di lavoro, per giungere verso l’autunno alla restituzione generale alla città degli esiti del percorso. Un investimento in partecipazione che in questo ambito non si era mai tentato di realizzare.

Questo processo è gestito completamente con forze e personale interno al Comune e alle sue Fondazioni, e nella sua stessa organizzazione prevede la creazione di un gruppo, di una squadra, di un noi pensante e attivo che diventa il cuore stesso del progetto.

Una squadra di persone e di idee, che contribuiranno e diventeranno esse stesse programma, fatti, crescita culturale e sociale. La nostra visione non prevede Reggio Emilia al centro del mondo. Siamo però consapevoli che la nostra città detiene un patrimonio di risorse, energie e competenze che possono camminare insieme per rendere la cultura un diritto per tutte e tutti. Non vogliamo fare cultura per aumentare il consumo di cultura, né per essere attrattivi o almeno non solo.

Vogliamo ‘muovere l’acqua’ della cultura, non perché l’acqua che c’è non sia buona. Al contrario. L’acqua che abbiamo è un eccellente punto di partenza per far emergere l’altro - ora ignoto, ora trascurato - di buono che può esserci. E renderla movimento, non facendola stare al suo posto.

Annalisa Rabitti, assessora a Cultura, Marketing territoriale, Pari opportunità e Città senza barriere

 

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