«Se non si continua a lottare si perde tutto quanto»
REGGIO EMILIA. «Sono contenta di poter raccontare cosa abbiamo fatto, per cosa abbiamo lottato. Certo, riassumere 25 anni di battaglie è difficile, oggi sembra quasi una favola, ma forse serve...».
A parlare è Edda Montecchi, ex dipendente della Confit, la fabbrica di confezioni femminili che nel 1975 fu occupata per sette mesi per contrastare la decisione aziendale di licenziare 101 dipendenti. La sua voce è una di quelle che accompagnano i visitatori nella mostra “Amatissime”, in corso allo Spazio Gerra. «Era la prima volta che le donne occupavano una fabbrica – racconta –. Siamo rimaste a controllare lo stabilimento dall’ottobre del 1975 al febbraio del ’76. Abbiamo trascorso in fabbrica anche le feste di Natale. I lavoratori delle altre aziende passavano a trovarci e ci portavano il vino, il panettone, ci davano le strenne che avevano ricevuto. Anche la polizia e i vigili, sapendo che eravamo solo donne, venivano a controllare che fosse tutto a posto, che non avessimo bisogno di aiuto. La sera arrivavano, lampeggiavano, così sapevamo che erano lì. E poi tantissimi ci hanno aiutato facendo offerte. Tra di noi c’era chi aveva famiglia, chi doveva mantenere i figli... con quelle collette aiutavamo le donne che erano in difficoltà economica ma che, nonostante questo, avevano deciso di scioperare».
Gesti normali per chi li ha compiuti, ma che oggi sembrano atti eroici. «All’epoca c’era tantissima solidarietà. Si era insieme, nella lotta e nella vita. Eravamo un unico movimento, avevamo una grande energia». Le battaglie di una, riguardavano tutte e tutti.
Edda Montecchi e le sue colleghe hanno lottato per avere un premio di produzione, un fondo aziendale per malattia, infortuni e sospensioni, l’applicazione del guadagno di cottimo (minimo 8% garantito a tutti coloro che lavoravano in produzione), permessi sindacali aggiuntivi, esame periodico delle qualifiche e promozione di indagini sull’ambiente di lavoro. «Abbiamo anche lottato per avere i permessi retribuiti per andare a fare il pap-test – aggiunge Montecchi – e abbiamo ottenuto l’accordo per gli asili nido, lasciando l’1% degli stipendi. Lavorare in fabbrica voleva dire avere un salario, ma anche lottare per avere un salario migliore, nel senso di migliorare le condizioni di vita».
Se guarda all’oggi, Edda Montecchi non può che provare una stretta al cuore: «Compiango le donne di oggi, che sono meno tutelate, anche se sono più colte. Di noi nessuna aveva studiato, o comunque quelle che erano andate oltre la quinta elementare si contavano sul palmo della mano, eppure eravamo più forti. E poi a differenza dei lavoratori di oggi, che non hanno neanche un padrone davanti – chi c’è oggi? Multinazionali, banche... – noi abbiamo sempre avuto la controparte: col padrone ci tiravamo i capelli, litigavamo, ma qualcosa si otteneva. Quando penso a quello che abbiamo fatto noi sono contenta ma poi sto male, perché non vi abbiamo lasciato nulla. Perché se non si continua a lottare si perde tutto». —
M.R.
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