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Ancora un colpo di tosse dell’umanità. La paura si ripete

Stefano Scansani
Ancora un colpo di tosse dell’umanità. La paura si ripete

L’editoriale della domenica del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani. Da Wuhan a Codogno o Vo’ Euganeo il passo del contagio è breve. Com’è corta la memoria delle pandemie che punteggiano la storia

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Ma quanto siamo vulnerabili. Il genere umano potrebbe andare gambe all’aria per un colpo di tosse: è quello che va ripetendoci in queste ore il Coronavirus penetrato in Italia, confermando il pronostico sulla sua universalità. Pandemia, non epidemia. Cioè: da Wuhan a Codogno o Vo’ Euganeo il passo è breve, pochi giorni di tempo, e 8.600 chilometri di spazio. Un niente.

Se davvero si tratta di una zoonosi, questa malattia infettiva trasmessa dagli animali (serpenti e pipistrelli) o sfuggita da chissà dove, essa ricalca con coerenza la storia delle patologie e quindi le nostre paure ancestrali, i retaggi delle esperienze, la debolezza della tecnologia del XXI secolo. Non faccio allarmismo, ma un viaggetto nell’antropologia che non fa mai male.

Alla base della Morte Nera, ovvero la peste derivata dall’infezione da Yersinia pestis, che decimò la popolazione europea fra il 1346 e il 1353 (circa 20 milioni di vittime) vi fu una zoonosi. Venne trasmessa dai parassiti che abitavano i corpi umani. Pulci e pidocchi che – a loro volta – risiedevano sui ratti. Un certo tipo di ratti, che le navi mercantili e da guerra trasferivano in Occidente dal vicino Oriente. Topi del Mar Nero, al singolare Mus Ponticus, dunque “ponticano” nome che nella parlata veneziana, poi veneta e quindi settentrionale italiana si evolse in “pantegàna”.

Quella pandemia – che si replicherà periodicamente nei secoli – ebbe il primo focolaio in Cina, quindi in Siria, poi nei Balcani, in tutto il Mediterraneo, in ogni dove del Vecchio Continente. Il mondo ne uscì che non era più uguale a prima, nella cultura, nei poteri, nel sentimento di Dio, nell’arte, nei razzismi, nei confini.

L’ignoranza della storia induce molto a credere che la Morte Nera sia, invece, un qualcosa che ha da venire, un problema futuro, dunque fantascientifico. Di conseguenza irrealistico, perché nella nostra cultura corrente vige una certa persuasione d’immortalità.

Non per nulla la Morte Nera (nell’originale Death Star) è il nome dato all’astronave, arma di distruzione più planetaria che di massa che vaga nelle tenebre cosmiche di Guerre Stellari. Invenzioni da film…

E una zoonosi fu alla base anche della più “recente” peste manzoniana, quella che fece strage dal Nord Italia alla Toscana fra il 1629 e il 1633. Ancora pulci e pidocchi che in stato di guerra prolificano nel corso delle guerre, dei trasferimenti delle truppe, in situazioni igienico-sanitarie (il termine è contemporaneo) inimmaginabili. I portatori furono i lanzichenecchi del Cantone dei Grigioni, impegnati nella spedizione punitiva dell’imperatore d’Austria contro la filofrancese Mantova. I mesi d’assedio furono fatali, migliaia i morti.

Anche a seguito di quel contagio mutarono gli assetti sociali, economici, politici. Il duca di Modena e Reggio era riuscito a tenere lontano i saccheggiatori svizzeri dai suoi confini pagando lautamente i loro capi brigata. Ma non il morbo che si accanì sui territori. A Modena i residenti da 20mila che erano si ritrovarono in 11mila, a Reggio morirono oltre 4mila abitanti.

Francesco I d’Este avviò nel desertificato territorio mantovano centinaia di famiglie emiliane, mandrie di bovini, schiappi di suini, strumenti di lavoro, sementi, arredi, affinché lo ripopolassero. In quel tempo, post contagio pestifero e dopo la quarantena (dal veneziano “quarantìna”, quaranta giorni di isolamento), furono sospesi i dazi, le gabelle e ogni belligeranza. Ne venne fuori un altro mondo.

Non mi dilungo sull’Influenza Spagnola che fra il 1918 e il 1920 falciò 100 milioni di vite. Anch’essa fu concomitante al percorso, e agli esiti della Grande Guerra, anch’essa mondiale.

E salto i corsi e i ricorsi del colera ottocentesco, del vaiolo settecentesco che trovano nelle antiche rogazioni A fame, peste et bello libera nos Domine la chiave anche terapeutica della religione.

La tentazione è quella di scrivere che la storia si ripete. Lo faccio per metà, perché il timore di una pandemia c’è, ma contemporaneamente non devono e non possono ripetersi le stragi del passato quando per salvamento c’erano, sì, soltanto le mascherine, ma a becco d’uccello per mantenere le distanze dai malati e per contenere spugne intrise di aromi capaci di stecchire quella che allora era ritenuta una corruzione dell’aria: profumi contro fetori. È un confronto che fa emergere la doppia condizione dello stato umano (ricchi=protetti, miserabili=vulnerabili). Con un difetto: la malattia non sa distinguere le geografie, le frontiere, i benesseri.

La malattia è quindi più moderna, più avanti dei conflitti armati o commerciali in corso nella contemporaneità, se ne frega degli Stati sovrani o dei “vitali” interessi nazionali che ebbero origine proprio nel lontano Trecento. Perché essa è perenne. Non l’astronave di Guerre Stellari, non i video, i post virali, ma la pandemia. Anche in questo caso, restiamo umani.

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