«Il nostro incubo Coronavirus è finito ma il problema resta. Mascherina e prevenzione le uniche misure»
Parla Paolo Ghiddi, il tecnico di Salvaterra finalmente a casa dopo il viaggio a Wuhan e la quarantena a Cecchignola
REGGIO EMILIA «Per fortuna, per noi questa storia è momentaneamente finita. Ma il problema resta e riguarda tutto il mondo». Paolo Ghiddi, 50enne di Salvaterra, è uno dei tecnici (dipendente di un’azienda di Rubiera) reduce – è tornato giovedì notte – dalla quarantena nella città militare di Cecchignola con altri 18 italiani, tra cui 3 modenesi e il castellaranese Luciano Catti. «La cosa più bella è quando finalmente ci siamo potuti togliere la mascherina. C’eravamo visti solo gli occhi. Vedersi interi è stato stranissimo e bello. Una liberazione. Non ci sembrava vero».
Ghiddi, ci racconti del suo arrivo nella città epicentro dell’epidemia.
«Siamo andati in Cina perché ha aperto un nuovo stabilimento ceramico che ha comprato le nostre macchine. Noi le mettiamo in produzione e insegniamo a utilizzarle. Sono arrivato il 22 gennaio, il 23 la città è stata blindata. In quei giorni si parlava del virus, ma dicevano 50 contagi, che su 12 milioni di abitanti non sono niente. Ma mi ero portato la mascherina, sto attento a queste cose e me la sono messa».
Quando ha capito di essere bloccato in Cina?
«Il giorno successivo, il 23. Dopo colazione siamo usciti per raggiungere l’azienda e abbiamo trovato le strade chiuse, polizia armata. Eravamo molto preoccupati, in un paese come la Cina, non sapevamo cosa sarebbe accaduto. Lì è iniziato il nostro calvario».
Cosa è successo dopo?
«Ci sono voluti due giorni per contattare l’ambasciata. Non esisteva un protocollo per questa emergenza e anche loro erano spaesati. Eravamo sempre più preoccupati. Da quel momento siamo rimasti blindati in hotel per 12 giorni. Ci sono stati ritardi, ma bisogna dire che quando hanno deciso come intervenire si è messa in moto una macchina operativa che solo noi italiani possiamo fare. Impeccabile. Le cose negative riguardano la l’inesperienza, quelle positive è che dopo hanno fatto le cose egregiamente».
Siete rimasti sempre nello stesso hotel?
«No perchè voleva chiudere e per due giorni ci hanno lasciati senza riscaldamento e acqua. La nostra azienda è riuscita a far autorizzare il nostro spostamento in un altro hotel, uno Sheraton, ma verso il centro di Wuhan. Eravamo preoccupati perchè era vicino a dove c’era l’epidemia, ma quando abbiamo visto che prendevano tutte le precauzioni, siamo stati un po’ più tranquilli. Noi siamo sempre stati molto attenti, abbiamo usato sempre guanti e mascherine, rimanevano in camera, uscivamo solo per mangiare, non uscivamo. Potenzialmente potevamo venire in contatto con il virus in qualsiasi momento».
Poi, finalmente, il trasferimento in Italia.
«Quando siamo atterrati a Pratica di mare il nostro è stato un respiro liberatorio. Almeno eravamo al sicuro».
E la quarantena?
«C’era un preciso protocollo di sicurezza, avevamo spazi comuni ma prendevamo le nostre precauzioni: guanti, mascherine, distanza di un metro. Eravamo molto attenti».
Con voi c’era anche il ricercatore 29enne di Luzzara poi risultato positivo. Come avete reagito alla notizia?
«Non c’è stata preoccupazione, se non minima, ci dispiaceva soprattutto per lui. I nostri tamponi sono sempre risultati negativi. Vuol dire che le precauzioni prese e che questo protocollo funziona, visto che abbiamo avuto un caso interno e non siamo stati contagiati. Io la mascherina la consiglio negli aeroporti, nei porti, sulla metro. È prevenzione. Non bisogna avere la fissa se c’è un cinese: non c’entra niente. Cinesi, europei, tutti bisogna che usiamo precauzioni. Bisogna entrare nella mentalità della prevenzione, visto che non c’è una cura e non c’è un vaccino».
Cosa ha fatto nel suo primo giorno a casa?
«La cosa più bella è stato riabbracciare mio figlio, di 17 anni, e mia moglie. Sono andato a salutare i colleghi e i miei datori di lavoro, che ci sono stati vicino in ogni momento. Ora cerchiamo di riprendere la normalità. Voglio ringraziare il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, che mi ha chiamato e il generale Antonio Battistini che a Cecchignola ha fatto tanto per noi». —
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