Coronavirus, anche a Reggio Emilia le mascherine in ospedale adesso si moltiplicano
Le perplessità per i tempi lenti di reazione sul versante organizzativo
REGGIO EMILIA Da simbolo di una paura più o meno giustificata a vero e indispensabile strumento di protezione. È la parabola della mascherina, quel presidio sanitario che tutti oggi vorrebbero avere a portata di mano, anche solo per farne una sorta di coperta di Linus. Invero, ormai siamo passati – in maniera drammaticamente repentina – dai cattivi pensieri alle azioni, dalle paure ai casi di contagio conclamati.
Allarmismo? No, semmai apprensione. Quella, anche a Reggio, la si percepisce. E non tanto per le mascherine che ieri – per la prima volta in queste settimane – hanno fatto la loro comparsa al triage e in altri spazi del pronto soccorso del Santa Maria Nuova. Piuttosto per la sensazione che possa mancare un costante controllo della situazione. L’impressione – ci auguriamo sbagliata – è che alla velocità con cui questa storia del coronavirus sta prendendo piede non faccia da contrappeso una adeguata velocità di reazione.
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Domani – si dice – dovrebbero uscire da una riunione ad hoc le linee guida regionali per fronteggiare una diffusione del virus che in questo momento è particolarmente rapida e soprattutto difficile da tenere sotto controllo. Quello che ci dicono infettivologi ed esperti del settore è che non nemmeno più una questione di paziente zero. Seguendo il più classico schema dei cerchi concentrici, in queste ore siamo già al terzo-quarto stadio della diffusione della malattia. E questo rende difficilmente circoscrivibile il diffondersi del virus.
E dopo Codogno e gli altri paesi del Lodigiano finiti in quarantena? Toccherà a Reggio? La risposta non può essere ridotta a un sì o un no.
«L’ideale sarebbe che ci si ammalasse un po’ per volta».
La battuta, ieri, era uscita da un medico di Reggio che sta seguendo l’evoluzione locale della vicenda. E questa battuta ci dice principalmente due cose: l’opzione che vorrebbe lasciarci fuori da questa storia è volata via con l’ultimo starnuto improvvido del primo passante che abbiamo incrociato sulla nostra strada. Del resto, mentre il nostro medico si lasciava andare a questa considerazione, al Santa Maria Nuova veniva ricoverato il primo paziente “sospettato” di aver contratto il virus Sars-CoV-2. L’altra cosa che ci suggerisce l’amara massima del medico è che in questo momento la macchina che dovrebbe far fronte all'emergenza potrebbe non essere pronta: a Reggio ci sono una ventina di letti nel reparto di rianimazione.
In assenza di un protocollo preciso e definito nei dettagli – che, appunto, dovrebbe uscire domani da un summit in Regione, sperando che non sia tardi – come si stabilisce chi dovrà occupare quei letti? Quali sono le indicazioni per i cittadini dell’Emilia Romagna?
In Lombardia sono state prese misure che alcuni non hanno esitato a definire draconiane e che tuttavia non mettono gli amministratori che le hanno prese, nemmeno loro, al riparo da critiche.
E in Emilia Romagna? Se davvero la malattia dovesse progredire con velocità sicuramente si porrebbe il problema di allestire strutture ad hoc. Domani, dopo il summit in Regione ne dovremmo sapere di più. Sempre domani intanto, il vescovo Camisasca chiama tutti in cattedrale alla preghiera contro il Coronavirus. Tutti alla Basilica della Ghiara, incuranti persino delle raccomandazioni del Manzoni e del fatto che due dei principali focolai della malattia si sono sviluppati in occasione di altrettanti raduni religiosi. Amen. —
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