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«Stop a ferie e riposi del reparto per affrontare il virus: Reggio è pronta a tutto»

Martina Riccò
«Stop a ferie e riposi del reparto per affrontare il virus: Reggio è pronta a tutto»

Massari, direttore facente funzione di Malattie Infettive racconta i giorni in trincea: «Abbiamo rafforzato l’organico e liberato posti letto spostando i degenti altrove»

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REGGIO EMILIA. Sono giorni concitati al reparto di Malattie Infettive del Santa Maria Nuova. Medici, infermieri e operatori sanitari sono chiamati a uno sforzo personale, prima che professionale. «I servizi sotto stress in realtà sono diversi – precisa Marco Massari, direttore facente funzione di Malattie Infettive – a partire dal Dipartimento di Sanità Pubblica, che riceve le telefonate e deve contattare i casi sospetti, ma anche il personale sanitario del Pronto Soccorso e della Medicina Generale. Poi ci siamo noi, che siamo il reparto in cui vengono ricoverati casi sospetti o certi. Ma tutto l’ospedale sta facendo un gran lavoro».

Ci sono novità?

«No, siamo fermi a quel caso che si è rivelato negativo, ma pronti ad accogliere altri pazienti, sia sospetti che certi».

Come siete organizzati?

«Abbiamo rafforzato l’organico, sospeso le ferie e i recuperi, in modo che l’équipe medica sia pronta a supportare i colleghi di guardia nel caso in cui dovessero arrivare pazienti che hanno contratto il virus. Al momento siamo nove medici e una trentina tra infermieri e operatori sanitari».

Se dovesse arrivare un caso certo... cosa succederà?

«Il ricovero di un caso confermato è impegnativo perché è necessario che non venga contagiato il personale sanitario, quindi noi non dobbiamo soltanto utilizzare le protezioni individuali (mascherine, calzari, camici, visiera...) ma anche indossarle e soprattutto toglierle con molta attenzione. Per questo motivo abbiamo fatto e stiamo facendo formazione e prove, per allenarci ed essere pronti. Siamo tutti stressati, sia chi deve coordinare e gestire i rapporti tra reparti, sia chi è in prima linea e potrebbe entrare in contatto con persone infette. Ma i dispositivi di protezione ci sono, i posti pure... siamo pronti a fronteggiare quello che può succedere».

Quanti pazienti potete accogliere?

«I posti letto sono una trentina. Abbiamo spostato la metà dei degenti in altri reparti, per accogliere chi arriva da noi. Se la situazione dovesse peggiorare sposteremo anche gli altri 15 e avremo tutto il reparto a disposizione. In caso di crisi tutta la struttura ospedaliera verrà rimodulata, ovviamente».

Chi arriva al reparto Malattie Infettive?

«Se al 118 giunge la chiamata di una persona che è stata o proviene dalla Cina o ha soggiornato o è residente nelle aree cosiddette rosse del Veneto e della Lombardia, e ha sintomi, questa persona viene portata qui. Ma viene portato in reparto anche chi, pur non avendo avuto contatti con casi certi e non essendo stato nelle zone con focolai, si sia recato al Pronto Soccorso con sindrome influenzale e lì gli sia stata diagnosticata una polmonite interstiziale. In quel caso, infatti, la procedura prevede che al paziente vengano fatti una tac e un tampone. Mentre si aspetta l’esito, questa persona resta in isolamento da noi. Questa è una direttiva della Regione Emilia Romagna per evitare che diagnosi tardive, come successo in Veneto e Lombardia, aumentino il rischio di diffusione, perché qualche persona potrebbe essere contagiosa senza saperlo. Faremo tac e visite in più, per qualcuno potrebbe essere un eccesso, ma in questo modo dovremmo riuscire a isolare prima chi è contagioso».

Ci saranno ripercussioni sull’attività ordinaria dell’ospedale? Tempi d’attesa più lunghi o visite annullate?

«Al momento tutte le attività programmate vanno per proprio conto, non è stato modificato niente e non c’è alcuna riduzione delle attività tradizionali. Diciamo che è un sacrificio dell’ospedale che non va a discapito di altri pazienti. È chiaro che se ci dovessimo trovare in una situazione di emergenza, come sta accadendo in Lombardia, bisognerebbe ripensare le priorità».

È probabile che l’emergenza scoppi anche da noi?

«È un virus che sta circolando. Aspettiamo e vediamo, nei prossimi giorni avremo un quadro più preciso. Sicuramente questa campagna così intensa per cercare anche solo gli asintomatici fa trovare casi che da altre parti non vengono neanche presi in considerazione. La situazione è preoccupante ma noi siamo preparati».

Quando bisogna rivolgersi al 118?

«Se una persona vive o è stata nelle ultime settimane, per più giorni, nelle zone dell’area rossa, e ha sintomi, si deve allarmare. Stessa cosa se ha avuto contatti con una persona per cui è stata confermata la diagnosi del Covid-19. In entrambi i casi non bisogna recarsi al Pronto Soccorso ma bisogna contattare il proprio medico o telefonare al 118».

Se una persona ha tosse, raffreddore, febbre invece?

«È importante che le persone con la sindrome influenzale non vadano in Pronto Soccorso, a meno che non stiano veramente male. E anche in quel caso devono rivolgersi al proprio medico o telefonare al 118, ma senza andare in Pronto Soccorso di propria iniziativa. Questo per non creare confusione e intasare il sistema. Noi dobbiamo curare anche tutte le altre patologie, che non sono scomparse. Dobbiamo dare a tutti i malati la stessa importanza».

Le scuole sono chiuse, le palestre no. Ha senso?

«Non discuto l’ordinanza, che è stata fatta per un motivo. Se una persona sta bene non vedo perché non debba poter andare in palestra, se invece ha febbre, tosse, raffreddore deve stare a casa. Dobbiamo applicare le classiche, ma importanti, norme igieniche: evitare di uscire di casa se si è malati, tossire e starnutire coprendosi la bocca, lavarsi continuamente le mani... E comunque sarebbe bene evitare gli assembramenti, quindi i luoghi in cui si riuniscono centinaia di persone. Un esempio sono le messe domenicali e i funerali, che il vescovo Massimo Camisasca ha sospeso per il momento».

Per abbreviare i tempi di ricovero in caso di sospetto, non potrebbero servire i kit tampone rapidi?

«I kit diagnostici esistono già e sono sul mercato, ma non hanno ancora l’approvazione dell’Organizzazione mondiale della sanità né dell’Istituto Superiore di Sanità, quindi restano in attesa di validazione. Il rischio è che non siano ancora perfetti e possano dare falsi negativi. Al momento i tamponi vengono inviati a Parma, Bologna e tra qualche giorno in Romagna, ma i laboratori sono oberati e l’esito del tampone, che si potrebbe avere in qualche ora, si fa attendere più a lungo. Sono stati definiti criteri di priorità, quindi per pazienti ricoverati i tempi di risposta dovrebbero essere intorno alle 12 ore al massimo».

Prima di tornare al lavoro, il pensiero va alla sua squadra.

«Voglio ringraziare tutto il personale della mia unità operativa che si sta impegnando con passione, sacrificio e competenza per tutelare la salute dei reggiani». —


 

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