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Coronavirus, manca solo l'ufficialità: scuole chiuse ancora 8 giorni in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto

Coronavirus, manca solo l'ufficialità: scuole chiuse ancora 8 giorni in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto

La chiusura andrà da oggi a sabato prossimo. Il contagio, nelle tre regioni padane, ha un'evoluzione ancora troppo veloce e l'Organizzazione mondiale della sanità ha alzato il livello di rischio globale

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REGGIO EMILIA. Questa mattina il consiglio dei ministri, dopo l'ultima consultazione con il comitato scientifico dei medici, darà le direttive sulla riapertura o proroga della chiusura per le scuole nelle regioni colpite dal virus.

Le indiscrezioni, aggiornate a ieri sera, parlano di scienziati convinti che un'altra settimana di stop favorirebbe la fase si regressione dei contagi.

Quindi oggi il governo, proprio su ispirazione del comitato scientifico e dopo lunga discussione con le sette regioni interessate, nel nuovo decreto sociale sul coronavirus indicherà questo: in Lombardia, Veneto ed Emila Romagna, dove è in cura il 93 per cento dei positivi degli 821 totali del Paese, le scuole resteranno chiuse per altri otto giorni. Da oggi a sabato prossimo, il 7 marzo. Il contagio, nelle tre regioni padane, ha un'evoluzione ancora troppo veloce e l'Organizzazione mondiale della sanità ha alzato il livello di rischio globale.

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Le regioni sono divise sul da farsi anche se chiedono una linea comune.

Il Veneto vorrebbe riaprire già da lunedì, come ha ribadito più volte Zaia che oggi si è scusato con la comunità cinese sostenendo che le sue parole nel corso di un'intervista - «li abbiamo visti tutti i video con persone che mangiano topi vivi» - sono state fraintese e strumentalizzate.

La Lombardia, invece, ha chiesto un'altra settimana di stop. È possibile dunque che si arriverà ad un provvedimento ad hoc per le due regioni e ad un altro con le le linee generali per tutte le altre. Che in alcuni casi - come a Palermo e nel Trentino Alto Adige - hanno già deciso la riapertura delle scuole.

L'Emilia Romagna spinge per un ritorno alla riapertura, fondamentale per quel ritorno alla normalità auspicato dal presidente della Regione Bonaccini, ma al tempo stesso si dice pronta ad accettare decisione degli scienziati purchè univoca per tutti. E occorre tenere conto del numero di contagi presenti in regione.

I CONTAGI

Ed è la situazione sul territorio ad imporre scelte differenti. Perche i numeri dicono che su 821 ammalati (la metà in isolamento domiciliare, 345 in ospedale con sintomi e 64 in terapia intensiva), ben 474 sono in Lombardia, dove ci sono anche 8.500 persone in isolamento domiciliare perché venute a contatto con soggetti contagiati, 149 sono in Veneto, quasi tutti in provincia di Padova e Venezia, e 143 in Emilia Romagna, la maggior parte in provincia di Piacenza.

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Dunque è chiaro che per questi territori serviranno misure diverse rispetto a quelle che verranno prese, ad esempio, per la Toscana, dove ci sono 7 casi, per la Marche (6) o per l'Umbria, dove si registrano i primi due casi, non ancora validati dall'Iss.

E che sia la Lombardia l'epicentro del virus lo dimostra anche l'emergenza - poi rientrata secondo quanto detto dal Commissario Borrelli - che si è verificata nell'ospedale di Lodi, dove sono stati ricoverati 51 pazienti gravi tutti provenienti dalla zona rossa di cui 17 in terapia intensiva. Vista la carenza di posti, sono stati trasferiti in altri ospedali lombardi.  

I CONTAGI IN EMILIA ROMAGNA SONO 145

Sono 145, in Emilia-Romagna, i casi di positività al Coronavirus aggiornati a oggi pomeriggio alle ore 16. Con una avvertenza, sottolinea in una nota la Regione: quando si indicano i dati riferiti alle province, si intende non la provincia di residenza delle persone interessate, ma la provincia nella quale è stata fatta la diagnosi. In sintesi, 89 sono i casi positivi rilevati a Piacenza, 18 a Modena, 27 a Parma e 9 a Rimini,1 Reggio Emilia e 1 a Ravenna. E passano da 1.224 ai 1.277 i tamponi refertati.

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Si aggiunge inoltre un secondo decesso: è un cittadino lombardo, residente in uno dei Comuni del focolaio, ricoverato a Piacenza, di 85 anni. Anche oggi si conferma che nessuno dei nuovi pazienti è in terapia intensiva (dove rimangono i 6 già comunicati ieri), molti sono asintomatici o presentano sintomi modesti (febbricola e lieve tosse).

Complessivamente, oltre la metà delle persone positive - 80 - è in isolamento a casa. Rispetto a stamattina, quando i casi positivi erano 115, ci sono dunque 30 casi in più, di cui 15 a Piacenza, 11 a Parma e 2 a Rimini, 1 Reggio Emilia e 1 a Ravenna. Rimane invece invariata la situazione a Modena, con 18 casi.

EMILIA ROMAGNA: UNITA' DI CRISI

Da oggi si insedierà, in Emilia-Romagna una unità di crisi regionale sul Coronavirus. A istituirla - oggi la firma sul del decreto ad hoc - il presidente della Regione, Stefano Bonaccini: la struttura, spiega una nota, «agirà in continuità con il sistema di governance dell'emergenza adottato fino ad oggi, per prendere su tutto il territorio le decisioni necessarie, ed uniformi, per affrontare la crisi» dettata dal nuovo virus.

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L'unità di crisi regionale, che sarà in costante contatto con il Comitato operativo nazionale, è composta dal presidente Bonaccini, che la presiede; dal Prefetto di Bologna o un suo delegato; dall'assessore alle politiche per la Salute, Raffaele Donini; dall'assessore alla Protezione Civile, Irene Priolo; dal Direttore generale cura della persona, salute e welfare e da quello dell'Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile, nonché da un rappresentante di Anci e Upi Emilia-Romagna.

All'unità di crisi Potranno essere invitati componenti e strutture operative di Protezione civile e delle Aziende sanitarie locali, o altri dirigenti-funzionari regionali o appartenenti ad altre Pubbliche amministrazioni in considerazione di specifiche esigenze ed in relazione alle competenze che dovessero essere necessarie. Domani la prima riunione.

IL PUNTO SULL'EMERGENZA IN ITALIA

Ad una settimana dall'esplosione del coronavirus in Italia i malati sono saliti a 821, con un incremento in un solo giorno di 230, quasi il 40%. E aumentano anche i morti: ora sono 21 con i 4 registrati oggi, due uomini e due donne tra i 70 e gli 80 anni residenti nelle aree del lodigiano dalle quali è partito il contagio.

Sembra dunque non arrestarsi ancora la progressione del virus anche se, lo spiega il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, bisognerà attendere ancora qualche giorno per capire l'impatto delle misure adottate e valutare se sono state sufficienti.

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Quel che però è già evidente sono i danni economici provocati dall'emergenza: -65% per abbigliamento e ristorazione, -40% per arredo e gli altri settori, piazza Affari che anche oggi ha chiuso in negativo, bruciando 21 miliardi e facendo segnare un -3,58%.

Le misure varate nel Cdm, dallo stop di tutti i pagamenti nelle zone rosse ad una serie di aiuti per il turismo, sono solo un primo intervento ed è chiaro che bisogna far ripartire il paese, fermo restando la necessità primaria della tutela della salute.

Come? Seguendo, come dice il ministro dell'Economia Gualtieri, una «linea di equilibrio»: dunque «modulando in modo più preciso» le misure restrittive in atto per riaprire scuole, università, negozi, musei fuori dalle zone rosse. Va in questo senso il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri che sarà adottato nelle prossime ore: un provvedimento contenente le linee generali alle quali tutte le regioni dovranno conformarsi. Lo ha spiegato il commissario Borrelli.

«Stiamo lavorando ad un Dpcm che andrà a ridisegnare le misure nei territori e sarà un provvedimento generalizzato per tutte le Regioni. Puntiamo ad un comportamento uniforme e concordato che sia coerente con l'andamento della malattia».

C'è poi da registrare l'appello dell'ordine dei medici al presidente Fontana. «Non si può accettare - dice il presidente Filippo Anelli - che i nostri medici si trovino a fronteggiare l'emergenza senza le dotazioni per la protezione personale».

Un problema al quale sta cercando di ovviare la Protezione Civile che ha centralizzato l'acquisto di mascherine e Dpi e ha già cominciato a inviarle nelle regioni. Tutte misure per contenere il contagio, partendo dal presupposto che il diritto alla salute viene prima di tutto, ma anche per consentire a chi vive nelle aree focolaio di «continuare a vivere regolarmente» come dice Borrelli ricordando la decisione di Poste di aprire gli uffici per poter pagare le pensioni anche nelle zone rosse.

 

 

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