Gazzetta di Reggio

Reggio

I DELITTI DEL 1992 

Il pm Ronchi difende a spada tratta il ruolo dei due pentiti

Ambra Prati
Il pm Ronchi difende a spada tratta il ruolo dei due pentiti

Ieri la seconda parte della requisitoria del magistrato Dda «Non inventano nulla, non vogliono compiacere l’accusa»

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L’ascesa del boss Nicolino Grande Aracri e la genesi dei due delitti di ’ndrangheta di Aemilia 1992: così ieri, davanti alla Corte d’Assise, la seconda puntata della requisitoria-fiume del pm della Dda Beatrice Ronchi ha insistito sull’attendibilità dei collaboratori di giustizia, in una maratona oratoria sui cold case di 28 anni fa, vittime Nicola Vasapollo a Reggio e Giuseppe Pino Ruggiero a Brescello. I quattro imputati sono il boss Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose. In rito abbreviato Nicolino Sarcone, ha confessato il ruolo avuto nei due omicidi: il 30 ottobre 2018 è stato condannato a 30 anni.

Il pm Ronchi si è lanciata in una difesa a spada tratta – rispondendo punto per punto alle contestazioni degli avvocati difensori – dei collaboratori Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese: difesa doverosa, visto che la complessa architettura accusatoria poggia sui pentiti, che secondo il pm Ronchi «non aggiungono e non inventano nulla, non vogliono compiacere l’accusa». Sullo sfondo dell’ampio affresco di Ronchi gli antefatti calabresi, risalenti ai padri dei protagonisti delle vicende: la storia – gli asti personali, le faide familiari, le vendette trasversali e le alleanze cangianti – di tre-quattro decenni di ’ndrangheta. Ecco quindi emergere alcuni flash dei preparativi dei due assassinii secondo Cortese, fedele braccio destro di Grande Aracri dal 1988 e che secondo il pm dimostra «una descrizione precisa dei Ciampà, nonostante fossero e siano un esercito, purtroppo quasi tutti liberi, e si chiamino con gli stessi nomi». «Si dovevano fare al nord – ha raccontato Cortese – Ci riunimmo a Cutro su richiesta del reggente Antonio Ciampà detto Coniglio, subito dopo l’omicidio di Paolo Lagrotteria», cioè dopo il 13 agosto 1992.

«I Ciampà finanziarono il delitto Ruggiero con 25 milioni di lire e offrirono un loro parente, Archelio Ciampà. Ma quello guardava le pecore, non era adatto per muoversi al nord, e Grande Aracri non l’ha voluto: ce la vediamo noi». Come ha confessato, Nicolino Sarcone portò dalla Calabria, in treno con la fidanzata, le divise dei carabinieri per uccidere Ruggiero. Cortese non partecipò al delitto Vasapollo, ma anch’egli, come Valerio, riferisce un particolare raccontato da Sarcone (killer insieme ad Antonio Macrì): alla vittima, chiamato “lo sguercio” per via di un occhio strabico, «una volta morto sparato, l’occhio gli si è drizzato». Alla guida dell’auto dei killer, secondo il pm, «quel Lerose (affiliato da Cortese in carcere a Bologna) che in questo processo si è rifiutato di rispondere» disertando l’aula. Venerdì 6 marzo sono attese le richieste dell’accusa. —



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