Paura in aula: «Ero in Cina un mese fa»
L’imputato cinese gira per due ore in tribunale, poi un teste rivella: «Ha fatto la quarantena». Il legale: «Dubbi sui controlli»
REGGIO EMILIA. Al palazzo di giustizia la paura legata al coronavirus l’ha portata con nonchalance un barista cinese di 43anni che, come imputato, doveva affrontare ieri mattina un processo per aver venduto alcolici ad una persona già ubriaca.
La vicenda giudiziaria fa riferimento ad un fatto di tre anni fa, i timori invece sono attualissimi e questa storia lascia dietro di sè una serie di dubbi sui controlli. L’udienza davanti al giudice di pace Elisabetta Freddi è fissata per le 9.50 e il barista, all’ingresso del tribunale, viene controllato dai vigilantes al metal detector. È tutto a posto e l’orientale punta verso la struttura che ospita le udienze dei giudici di pace, nella stessa ala giudiziaria che ospita più in alto la Procura. Per giungere in quell’ala il 43enne oltrepassa tutto il tribunale, per poi arrivare al controllo della guardia giurata che da tempo filtra gli accessi in quell’angolo del palazzo di giustizia. Vedendo che si tratta di un cinese il vigilante vuole approfondire, capire se vive in Italia o all’estero e via di questo passo. E qui arriva la risposta che lascia perplessa la guardia giurata: «Sono rientrato dalla Cina un mese fa». A quel punto scatta la preoccupazione e il vigilante si consulta telefonicamente con i suoi superiori. Viene deciso d’avvertire la cancelleria del giudice di pace Freddi, lasciando al magistrato la decisione sulla presenza in tribunale dell’imputo cinese che viene perciò lasciato salire al primo piano dove si trova l’aula. E in udienza ovviamente la storia salta fuori. Il pm onorario Roberto Belforti chiede che il processo venga rinviato per motivi di sicurezza, anche perché nemmeno l’avvocato difensore Vito Pellegrino è a conoscenza del fatto che il suo assistito sia tornato circa un mese fa dalla Cina. Il magistrato giudicante ritiene di non interrompere l’udienza, ma invita l’imputato a rimanere fuori dall’aula per motivi di sicurezza. E poco dopo il barista cinese, consultandosi con il suo legale, se ne va. Peccato, però, che siano già trascorse due ore – è infatti già mezzogiorno quando inizia l’udienza “incriminata” – e per tutto quel tempo l’orientale ha girato tranquillamente per gli uffici giudiziari. Una situazione che crea tensione in aula, poi “alleggerita” quando parla un testimone sentito nelle pieghe del processo. Il reggiano dice di conoscere bene il barista cinese, di sapere per certo che quando un mese fa era tornato dalla Cina si era volontariamente messo in quarantena, tenendo chiuso il bar. Quarantena che aveva dato esito negativo. Affermazione che solleva i presenti.
«Non sapevo del viaggio del mio assistito – commenta al termine l’avvocato Pellegrino – comunque mi lasciano perplesse le modalità dei controlli in tribunale. Doveva essere bloccato a monte, all’ingresso, e non fatto entrare. Si sarebbero evitate tante paure». —
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