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«Bisogna far emergere quello che non si dice»

M.R.

L’80% delle vittime di molestia sul lavoro non denuncia Elena Strozzi (Cgil): «Può salvarci il codice etico»

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REGGIO EMILIA. Un milione e 404mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Si tratta dell’8,9% della popolazione femminile italiana. Un milione e 173mila, invece, le donne che nel corso della propria vita sono state vittima di ricatto sessuale per essere assunte, mantenere il posto di lavoro o ottenere progressioni nella carriera. Dati allarmanti, raccolti dall’Istat nel 2015-2016 (è la statistica più recente) e pubblicati nel 2018. Dati che, anche nel 2020, sono terribilmente attuali. «Il problema – afferma Elena Strozzi, segretaria provinciale della Cgil con delega alle politiche sociali e mercato del lavoro – è far emergere quel che accade. Purtroppo i dati Istat ci comunicano che l’80% delle donne che subiscono molestie o ricatti sul luogo di lavoro non denuncia. Far emergere il sommerso è importante non solo per la donna che subisce la violenza, ma anche per l’azienda: non raccogliere o gestire male segnalazioni di questo tipo è improduttivo».

In che senso?

«La ricaduta è ovviamente sulla persona che subisce la molestia o il ricatto, ma questo si ripercuote sull’ambiente. E in un clima di disagio si lavora male, possono aumentare le somatizzazioni, quindi le malattie, le assenze...».

Perché le donne non denunciano?

«Sempre l’Istat ci dice che, negli ultimi tre anni, il 22,4% di chi non lo ha fatto ha cambiato lavoro, il 22,1% ha dichiarato di avere poca fiducia nelle forze dell’ordine, il 19,5% di essersela cavata da sola o con l’aiuto dei familiari. Il 18,3% delle vittime, invece, ha detto di non aver denunciato per paura delle conseguenze per sé e la propria famiglia. È diminuita invece l’indicazione della scarsa gravità dell’episodio (18%) come motivo per non denunciare».

Cosa bisogna fare per spingere le donne a denunciare?

«Non basta dire “Denunciate”, bisogna creare una rete in grado di accogliere questa denuncia. Troppo spesso le donne decidono di non denunciare perché si vergognano di quello che è successo o perché le loro segnalazioni cadono nel vuoto. Per esempio vengono accolte da frasi come “Dai, era solo un buffetto” o “Ha fatto una battuta, cosa sarà mai?”. E non sono solo gli uomini a pronunciarle... Senza parlare della paura di ricadute: se sono una mamma single, per esempio, denuncio e perdo il lavoro, come faccio?».

A Reggio però si stanno facendo passi avanti...

«Decisamente sì. È stato sottoscritto un importante accordo interconfederale in tema di discriminazioni, molestie e violenza nei luoghi di lavoro, tra Agci, Confcooperative, Legacoop e Cgil, Cisl, Uil. Dopo un corso di formazione in cui hanno relazionato le sindacaliste e la consigliera di parità, è stato deciso che ogni cooperativa lavorerà a un proprio codice etico in modo da stilare le procedure da mettere in campo quando si intercettano molestie o violenze sul lavoro. Avere un codice etico non è un obbligo, alcune misure possono essere messe in pratica anche senza averlo, ma è una dichiarazione di intollerabilità rispetto a certe situazioni. Visto il successo ottenuto con Confcooperative e Legacoop abbiamo intenzione di proporlo anche a Unindustria». —

M.R.

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