Gazzetta di Reggio

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«Palestre, negozi e locali aperti Solo la cultura è sacrificabile»

Martina Riccò
«Palestre, negozi e locali aperti Solo la cultura è sacrificabile»

Lo sfogo del drammaturgo reggiano Emanuele Aldrovandi: «Ci si ammala solo a teatro?» E aggiunge: «Comprendo la situazione e i rischi, ma non accetto questa incoerenza» 

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L’intervista

Martina Riccò

«La finalità a breve termine era fare teatro: esibire “prontezza” e “nerbo” a favore di telecamere, mostrare che “si stava agendo”, poco importava se senza costrutto, l’importante era agire, subito! “Subito” era la parola magica». Emanuele Aldrovandi cita il collettivo bolognese Wu Ming ed è subito chiaro cosa pensi della cultura ai tempi del Coronavirus.

«Mi sento preso in giro», afferma senza giri di parole il drammaturgo reggiano che in questi giorni avrebbe dovuto debuttare con il suo ultimo spettacolo, “Farfalle”.

Perché?

«Fammi fare una premessa: al mondo ci sono persone che muoiono in mare, persone che sono in guerra e vengono bombardate tutti i giorni, ci sono carestie... so che la chiusura dei teatri, rispetto a queste tragedie, non è una cosa importante. Rispetto anche il lavoro dei medici, la loro fatica, e so che non dobbiamo far esplodere il sistema sanitario nazionale...».

Ma?

«Vorrei sapere per quale motivo i teatri e i cinema sono chiusi, mentre i centri commerciali, i ristoranti, i bar, i negozi sono aperti. Anche i mercati sono ammessi. Se vai a teatro ti ammali, se vai a comprare un vestito no. È così?».

Con la cultura non si mangia, si dice...

«Sì si dice, ma non è vero. Io ci mangio, e anche tantissimi altri. Con una settimana di chiusura i teatri italiani hanno perso dieci milioni di euro. Adesso siamo alla seconda...».

E “Farfalle” non può debuttare.

«Le date reggiane verranno recuperate in maggio, quelle di Modena invece probabilmente verranno perse. Dal 10 al 15 marzo lo spettacolo dovrebbe essere in scena al Puccini di Milano. È una sala da 300 posti, i biglietti venduti sono circa duemila, vediamo cosa succederà. Una volta che faccio anche il regista scoppia un’epidemia... forse è il dio della regia che sta cercando di lanciarmi un messaggio».

Al di là delle battute, cosa si poteva fare?

«Io sono un drammaturgo, non mi voglio improvvisare virologo o amministratore - siamo così bravi oggi a fare i tuttologi, tutti parlano di tutto e pensano di avere risposte per tutto - ma inizialmente si era parlato di far entrare meno persone a teatro, in modo che fosse occupato un posto sì e uno no... sarebbe stato meglio. Almeno avremmo lasciato alle persone la possibilità di decidere cosa fare. Come per le palestre. Perché le palestre sono aperte e i teatri no?».

Qualche settimana fa a Reggio si diceva “La cultura non starà al suo posto”. Questo poteva essere una bella occasione per dimostrarlo?

«Non credo che il Comune di Reggio potesse andare in controtendenza, così come la Regione. Ma il Governo, visto che in campagna elettorale è sempre tutto un riempirsi la bocca con la cultura, avrebbe potuto decidere di agire diversamente. Mi hanno chiuso il teatro, per sdrammatizzare siamo andati a mangiare fuori e i locali erano pieni, i camerieri servivano senza guanti, non c’era la distanza di sicurezza... Se avessero deciso di chiudere tutto avrei accettato senza dire niente, ma così no. Perché significa che solo la cultura è sacrificabile. E io non sono d’accordo». —



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