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Paziente infetto: in quarantena medici e infermieri di Montecchio

Massimo Sesena
Paziente infetto: in quarantena medici e infermieri di Montecchio

All’ospedale Franchini un uomo si presenta senza febbre Solo in un secondo momento risulta positivo al Covid-19

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Uno degli scenari peggiori possibili, nei giorni del Coronavirus è sicuramente quello dato dalla velocità di propagazione del virus e – insieme – dal coinvolgimento degli operatori sanitari.

È quello che sta avvenendo in queste ore in Emilia Romagna e a Reggio Emilia. Dopo la Lombardia, a perdere momentaneamente terreno di fronte al propagarsi del Coronavirus, è ora la nostra regione che forse in queste ore fa i conti con la fase più critica dall’inizio dell’emergenza. Le misure che ieri apparivano esagerate, draconiane, addirittura fuori luogo, in queste ore in cui la diffusione del virus si presenta con numeri importanti, queste stesse misure sembrano il minimo sindacale.

In queste ultime ore, al contagiri del virus hanno fatto da corollario, a Reggio, due singole situazioni che hanno messo a dura prova un sistema che ha fin qui dato prova di grande efficacia.

Cosa è successo da far mutare il quadro e spingere l’ago del barometro verso il brutto?

Martedì sera, al pronto soccorso dell’ospedale Franchini di Montecchio si presenta un paziente. Non ha febbre e presenta problemi diversi da quelli che potrebbero essere i sintomi di una infezione da Covid-19. Una diagnosi, quella della positività al Coronavirus, che su quella persona verrà fatta soltanto in un secondo momento, quando nel frattempo il paziente era già entrato comunque in contatto con diversi operatori del “Franchini”. Solo con l’insorgere della febbre nel paziente, è stato possibile far scattare il protocollo previsto nel caso di positività al Covid 19. Una positività poi conclamata con i successivi esami che hanno evidenziato anche una polmonite virale.

Invero, a quel punto, il nuovo Coronavirus poteva aver già fatto – in linea strettamente teorica – il suo sporco lavoro. Ovvero potrebbe aver contagiato le persone con cui il paziente è venuto in contatto all’ospedale dell’area della Val d’Enza. Quanti sono i contagi? Per conoscere quel numero, occorrerà ora attendere gli esiti dei tamponi che l’Ausl ha disposto nei confronti di tutti coloro che sono venuti in contatto con questa persona. I suoi parenti, certo, ma non solo: anche «operatori, degenti, e visitatori per attivare le misure previste in questi casi», come spiegava la nota diffusa ieri dall’Ausl di Reggio.

Difficile dire quante siano le persone sottoposte a tampone faringeo. E tuttavia, a giudicare dalle misure adottate “in via cautelativa” all’indomani di questo caso di positività (ne riferiamo nell’articolo a fianco, ndr), tutto lascia pensare che siano più di una decina le persone che hanno avuto contatti con questa persona la quale, una volta accertata l’infezione, è stata trasferita al Santa Maria Nuova di Reggio, nel reparto malattie infettive.

Un caso analogo, di infezione “mascherata”, in queste ultime ore si era verificato anche al San Sebastiano di Correggio. Un paziente con sintomi diversi da quelli che solitamente marchiano il Coronavirus ha poi costretto – una volta appurata l’infezione – ad attuare anche lì il protocollo previsto per il Covid 19.

Guanti, mascherine, disinfettanti a base di alcol, distanze di sicurezza, rapporti umani limitati al virtuale o azzerati: tutto questo oggi più di ieri appare naturale. Perché la battaglia contro questa epidemia si sta rivelando più dura di quanto previsto. E questo proprio perché si stanno verificando tutte le situazioni previste dagli scenari peggiori.

Se da un lato, infatti, si è capito fin dai primi giorni che il Covid-19 aveva nella velocità/facilità di contagio la sua arma più pericolosa, proprio per questo motivo, gli esperti avevano espresso un desiderio su tutti, ovvero che non ci si ammalasse tutti insieme. Il ritmo di questi ultimi giorni, invece, sembra essere proprio quello, di un virus estremamente “democratico” che non guarda quasi in faccia a nessuno.

L’altro fattore, che quando l’epidemia era ancora agli albori veniva giudicato decisivo, era legato alle sorti di chi avrebbe dovuto vegliare sulla salute collettiva. Perché il problema non sono soltanto i letti di terapia intensiva che – a Reggio Emilia, come a Parma e Piacenza e come, del resto anche a Milano e nel Veneto – sono comunque in un numero finito.

Accanto ai letti di terapia intensiva “occupati” in queste ore dai pazienti più gravi, occorre il personale qualificato che quindi – in uno scenario ideale – non dovrebbe ammalarsi a sua volta. E comunque, anche se non si ammalasse può essere costretto in quarantena, sguarnendo il sistema. —



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