Gazzetta di Reggio

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Il Gaom in aiuto delle donne etiopi Via al progetto “Casa di Miriam”

Luca Tondelli

Il medico Marconi, rientrato dalla missione a Shashemane racconta le condizioni di discriminazione che devono subire

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CASTELNOVO MONTI. Sono tornati da pochi giorni dall'Etiopia i volontari del Gruppo amici ospedali missionari (Gaom) che hanno speso, in una delle zone più povere del Paese, un periodo di tempo per lavorare al servizio delle popolazioni locali. Popolazioni in cui il ruolo della donna è ancora centrale seppur spesso sottovalutato nelle arcaiche usanze sociali, come spiega Gianluca Marconi, medico ed ex sindaco di Castelnovo Monti, vicepresidente del Gaom, che compie una riflessione in vista della Festa della donna.

«Si ritorna alla vita quotidiana – dice – al lavoro di tutti i giorni, ai propri affetti, ai doveri, dopo l’ esperienza in Etiopia a Shashemane, città di 350.000 abitanti o forse più, dato che non esiste l'anagrafe, in cui la stragrande maggioranza degli abitanti vive in baracche di cartone e lamiera, capanne di legno e fango mescolato allo sterco degli animali o peggio per strada, nei cimiteri, nei fossi di scorrimento dell'acqua piovana, quando c'è, nella stagione delle piogge. Nel periodo speso là, ha regnato tra noi e tra gli amici missionari, suore, bambini, ragazzi etiopi e loro famiglie, un grande spirito di carità, di disponibilità, di ascolto, di accoglienza, di condivisione che ci ha davvero molto arricchito e che dobbiamo portare, anche se è difficile, nella nostra quotidianità. A Gambo abbiamo fatto tanto negli anni passati ed ora l’ospedale torna al governo: torna agli Etiopi. A Shashemane abbiamo la Casa famiglia, la clinica della missione, l’ambulatorio pediatrico delle suore dei lebbrosi di De Focault. Ed è proprio da qui, da suor Maria Pia e suor Sara, che parte la mia testimonianza».

«Vorrei trasmettere il dolore, l'impotenza e anche la rabbia – prosegue Marconi – per la condizione delle donne etiopi, spesso maltrattate, violate, usate. Mamme, bambine, giovani soprattutto, ma non solo, di razza Oromo e in maggioranza mussulmane. Nelle strade vedi donne di ogni età cariche di legna, bidoni di acqua, frutta da vendere al mercato letteralmente piegate dal peso del loro carico. Donne con bambini sulle spalle, in braccio, per mano. Ogni donna ha in media 7-8 bambini con punte di 10-12».

Marconi racconta la storia di una di loro arrivata all’ambulatorio delle suore dei lebbrosi: «Suor Sara fa entrare una mamma giovanissima, 16 anni, con una bambina di pochi mesi in braccio. Ha vomito, diarrea e febbre, è piccola, denutrita ma vivace: uno sguardo vivo, occhi neri enormi. La mamma la pone sul lettino e si allontana, ha uno sguardo triste, distaccato. Chiedo a Sara di questa mamma e della sua bambina. La ragazzina-mamma è stata violentata ed è rimasta incinta. Abbandonata dalla famiglia ha chiesto aiuto alle suore. Voleva abortire, rischiando la vita, facendolo clandestinamente e per pochi soldi da qualche “stregone”. Le suore l’hanno aiutata e l’hanno fatta venire in missione ogni giorno e lei così ha deciso di tenersi la bambina».

«Dopo la nascita, però – prosegue il medico – costretta a vivere in una stanza con parenti di cartone, accanto a una baracca, pur andando tutti i giorni a mangiare in missione, la ragazza ha perso le speranze: non lavorando, non sa come fare ad accudire la sua bambina, e la vorrebbe lasciare in missione». Il medico italiano rivede la bambina qualche giorno dopo: sta meglio, non ha più vomito e febbre, e anche la mamma accenna un sorriso. «Appena tornato in Italia – prosegue Marconi – ho raccontato a degli amici la mia esperienza in Etiopia e la storia di questa ragazza, e la mattina dopo uno dei presenti, una persona a me molto cara, mi ha chiamato e mi ha detto di voler provvedere alla giovane mamma e alla sua piccola».

Ma sono tante altre le testimonianze di ragazze abusate raccolte da Marconi: «Per dare un aiuto e un ricovero a queste donne, il Gaom si è fatto promotore del progetto “La casa di Miriam”. Ringrazio la collega Fiorella Ilariucci – dice – che ha curato e segue il progetto e tutte le donne e gli uomini del Gaom che danno un mano. Ora – conclude Marconi – inizia la fase più difficile perché realizzare la casa non sarà facile e anche se non sarà risolutivo per la condizione di discriminazione nella quale vivono le donne etiopi, sarà comunque un primo passo».

Per avere informazioni sui progetti del Gaom: www.gaom.it. —

Luca Tondelli

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