La regola d’oro: amerai il prossimo tuo come te stesso
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. È domenica. Santifichiamo la festa? Ci provo con un riferimento cristiano, dal Vangelo secondo Marco: “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Proseguo con un richiamo laico d’ispirazione anche confuciana: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
Il principio è analogo e si chiama Regola d’oro dell’etica della reciprocità. Essa accomuna tradizioni, culture, filosofie, religioni d’ogni parte del Mondo, e viene trasgredita che è un piacere. Altrimenti che Regola sarebbe? Nel nostro piccolo, nel tempo corrente del coronavirus, la trasgressione è clamorosa. Gli esempi che riporto sul tradimento dell’etica della reciprocità sono addirittura così banali da passare inosservati.
- Gli italiani ritengono inaccettabile essere designati come i propagatori mondiali del virus. Ma fino a ieri erano loro ad evitare e additare i cinesi proprio come la peste.
- Gli italiani si scandalizzano se il nostro Paese all’estero è indicato come il focolaio. Ma che faremmo noi se fosse il contrario?
- Qualcuno ci ha fatto credere che ogni male (anche patologico) proviene da sbarchi e barconi, ma non c’è un “nero” nella catena dei portatori di Covid-19. Tanto che la ricostruzione della propagazione porta a un caso zero tedesco intercettato a Monaco il 24 gennaio.
- Sino a ieri è stata urlata la chiusura dei porti e invocato il blocco navale come se il Maghreb e il Sub Sahara fossero l’idrovora delle nostre sventure. L’epidemia ha sconfessato i parolai: essa è partita nel celebrato lombardoveneto, terraferma, piccolo è bello, North Italy, Lega Land.
- Infine, sempre da noi, chi ha gonfiato la propaganda del “chiudiamoci dentro”, adesso deplora quei Paesi che hanno deciso di fare lo stesso contro di noi. Ci hanno chiuso fuori.
Così è stata trasgredita la Regola d’oro dell’etica della reciprocità: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. L’impeto sovranista e nazionalista che fino a metà febbraio è stato il panzer pilotato da certa destra e ultradestra, adesso sbatte il cingolo contro l’inefficacia dei muri, dei confini, dei fili spinati e altre separazioni.
Il coronavirus che è grosso una centesima parte d’un globulo rosso se ne frega, scavalca, si lascia inalare, non conosce razze, economie, punti cardinali. Cosicché la pantomima della nazione sovrana, a fronte della concretezza dell’emergenza, va a farsi fottere.
I sovranisti, spesso cattolicissimi, puntualmente mettono in discussione il significato di “prossimo”. Leggono le Scritture come gli pare. Per avvalorare la loro dottrina credono che il prossimo sia colui che è vicino, contiguo, uguale così da tagliar fuori gli asiatici o gli africani barconizzati e invasori.
Ma quella del “prossimo”-“nostro simile stretto” è una fake news, sventata proprio dal coronavirus: gli ischitani non volevano i lombardoveneti, i lucani hanno ipotizzato la quarantena per i settentrionali, i lombardi hanno criteri diversi dai veneti, la sovranista francese Marine Le Pen ha chiesto di serrare le frontiere con i cousins italiens. Detto fatto il “prossimo di tutti” è proprio l’epidemia.
Il coronavirus - con la sua ricaduta psicologica, sociale, politica, lavorativa ed economica – sbriciola il mondo precedente. Sbriciola, la paccottiglia magico-superstiziosa paleocristiana che assegna a Dio punitore la decisione di falciarci per le colpe nostre. Sbriciola chi legge i segni della fine nei terremoti e nelle meteoriti. Sbriciola, come scritto, la voglia matta di blindarci nel nazionalismo… Autoisolamento patriottardo. Siamo seri (e sensati).
Paradossalmente dall’autoisolamento, dai due metri di distanza, si esce unicamente con l’apertura, l’integrazione delle misure, delle informazioni, delle ricerche. Il contrasto all’infezione non può essere nazionalista.
Lo si realizza nell’unità, nella rianimazione di un’Europa perduta, nella neutralizzazione del livore e del cinismo che in questi anni ci hanno ammorbato.
Nell’uscita dalla paralisi in cui si trova il continente o dalla cecità che non percepisce la dimensione universale del contagio, o dell’emergenza climatica, o dello strazio dei migranti premuti sul Bosforo.
La visita dell’allora ministro degli Interni Matteo Salvini al premier ungherese Viktor Orban e il sopralluogo alla barriera anti-profughi mediorientali risale al 2 maggio 2019.
Ma sembrano passati dieci secoli. Il virus ha trapassato i reticolati, l’Ungheria controlla gli italiani. La prima vittima del virus è un proverbio: quello che assicurava che chi fa da sé fa per tre.
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