Vigile del fuoco reggiano contagiato: «Non lamentatevi delle limitazioni»
Reggio Emilia: Gian Marco Fossa, capo squadra di 52 anni, è positivo ma sta bene. «Onore al personale sanitario, sono tutti sfiniti», è il messaggio che lancia dall'ospedale Santa Maria Nuova
REGGIO EMILIA. «Un grande ringraziamento a tutto il personale infermieristico e sanitario degli infettivi e del reparto Covid-19 del Santa Maria Nuova: grazie per tutto quello che mi avete fatto. Grazie mille di cuore. Ai reggiani sani dico: anziché lamentarvi delle piccole limitazioni che il Governo ci ha imposto, se faceste un giro negli ospedali o parlaste con i pazienti cambiereste subito idea». Così, in un post su Facebook, il vigile del fuoco Gian Marco Fossa (capo squadra esperto, 52 anni, dei quali 32 con la divisa da pompiere) ha annunciato di essere il primo caso di positività accertata all’interno del Comando dei vigili del fuoco di Reggio Emilia.
Il tabù che circonda il virus fa sì che il cittadino sia alle prese con un nemico immateriale, che si vede e non si tocca. Fossa è invece uno dei primi malati non gravi a raccontare la sua esperienza e lo fa nella speranza che i reggiani siano indotti alla prudenza.
Come ha scoperto di essere positivo?
«Ho avuto la febbre a 38.5 per dieci giorni, non andava via. Mi hanno fatto il tampone una settimana fa e sono risultato positivo al Covid-19. Prima ero ricoverato nel reparto Infettivi dell’arcispedale, adesso sono nel nuovo reparto Covid-19 appena aperto. Il reparto conta circa 30-40 pazienti, siamo in isolamento in tre in una stanza e non possiamo uscire dalla porta».
Ha sospetti su come possa aver contratto il virus?
«Assolutamente no, non ne ho la più pallida idea. Non sono andato in Lombardia, sono rimasto in provincia e a Reggio facevo il normale tran-tran casa-lavoro».
Cosa ha pensato quando è arrivata la conferma del test?
«Non mi fascio la testa: ce l’ho e punto. Penso solo a guarire. I medici non si sono pronunciati sul decorso, non sanno ancora se le mie condizioni si sono standardizzate. Anche mia moglie ha la febbre ed è in isolamento domiciliare, mentre per fortuna mia figlia di 25 anni sta bene e non ha alcun sintomo».
Quali sono i contatti con i suoi familiari?
«Li sento solo per telefono: è vietato qualsiasi contatto con l’esterno se non telefonicamente. Ero arrivato già attrezzato, con una borsina e il fondamentale caricabatterie. Il computer non ce l’ho, il cellulare rimane l’unica finestra sul mondo».
Le reazioni dei colleghi?
«Solidarietà totale da parte di tutti, dal comandante Francesco Martino al direttore regionale. Posso solo ringraziare i compagni per l’affetto che ho ricevuto. So che in caserma non hanno avuto alcuna limitazione, a parte i due colleghi che hanno avuto contatti con me e che sono in quarantena obbligatoria senza sintomi».
Che aria si respira nel suo reparto?
«Non lo so, non ho nessun sentore perché sono chiuso in una stanza, non possiamo mettere il piede fuori dalla porta. Però volevo rendere onore al personale ospedaliero, che è al collasso: fanno i doppi turni, l’infermiere ci fa da dottore, sono tutti veramente provati e sotto pressione per il carico di lavoro elevatissimo. Solo per entrare in una stanza devono sottoporsi a una lunga vestizione, poi alla decontaminazione, al lavaggio e via di questo passo. Sono sfiniti. E se non ci fossero loro…».
Che messaggio vuole lanciare ai reggiani?
«Si pensa sempre che capita agli altri e non a noi. Non è così, può capitare a chiunque. Perciò dico ai miei concittadini: seguite le indicazioni alla lettera, se il virus si diffonde è solo colpa nostra. Certo non si può stare assenti dal lavoro se la salute è buona, ma chiunque vedesse quel che vedo io sono convinto che avrebbe paura e si chiuderebbe in casa. Mai vista una cosa del genere, nessuno l’ha mai vista. Mi scusi ma devo andare, quello di fianco sta poco bene». —
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