Bloccato a Guastalla L’appello “restate a casa” è annegato in un drink
Quarantena lavorativa. Fisicamente a Guastalla e testa sdoppiata Un po’ nel paese in cui vivo e un po’ in riva al Mincio (ma online)
Redattore della Gazzetta di Mantova, specializzato nelle cronache dedicate alla sanità di quella città, è un reggiano di Guastalla. Per l’emergenza coronavirus non può superare il Po e lavora da casa.
Roberto Bo
Bloccato, isolato, ristretto tra le mura amiche. Due zone “arancioni”, due province diverse, attaccate e divise da un canale a Suzzara e dal Po a Borgoforte.
Da oggi e per circa un mese sono un redattore smart worker, un lavoratore agile, beh diciamola come mangiamo: lavoro da casa.
Non per decreto o per contagio, ma perché il mio gruppo editoriale ha deciso di rispettare le direttive governative che invitano i lavoratori che vivono in una provincia ma lavorano in un’altra a limitare gli spostamenti.
La Gazzetta di Mantova mi ha dotato della strumentazione necessaria per operare dal mio studio di casa: computer, connessione, programmi per inserirmi nel sistema editoriale, agenzie, telefono. Di fatto è come se fossi in redazione, ma la sensazione è di vuoto. Mi mancano già i colleghi, le loro urla, il continuo stravolgimento del giornale. E soprattutto il senso di squadra.
Ebbene sì, sono in quarantena lavorativa, fisicamente a Guastalla ma con la testa sdoppiata, un po’ nel paese in cui vivo da sempre e un po’a Mantova, la mia seconda città.
Fino al 3 aprile (?) continuerò a seguire l’emergenza coronavirus nel Mantovano, così come sto facendo dal primo giorno, domeniche comprese. Se ho paura?
Sì, ho paura, datemi pure del fifone ma all’esordio di questa emergenza sanitaria ho parlato con decine di operatori sanitari, tra cui molti primari di lungo corso, e per la prima volta in 28 anni che mi occupo di sanità ho visto la preoccupazione nei loro sguardi e nelle loro parole. Prima che Regione Lombardia emettesse una direttiva-bavaglio che impone loro il silenzio con i giornalisti qualcuno mi aveva scritto: “Sta scoppiando il caos, che il Signore ci aiuti” e “Non ce la facciamo più, stiamo superando il livello di guardia”.
Erano i giorni in cui in molti ci davano dei “terroristi dell’informazione” e ci accusavano di creare solo allarmismo. Erano i giorni in cui anche i guastallesi affollavano mercati e mercatoni, bar e ristoranti come se nulla stesse accadendo. E al sabato e domenica tutti sulle rive del Grande Fiume scambiarsi pareri a distanza ravvicinata.
Domenica scorsa sono andato vedere se qualcosa era cambiato dopo la notte del decreto blocca tutto. Viale Po sembrava una tangenziale con un perfetto doppio senso di marcia, con corsie di andata e ritorno separate da un invisibile muro. Saluti frettolosi e se proprio incroci tuo cugino o un collega di lavoro il dialogo si mantiene a distanza, ognuno nella sua corsia di sicurezza. Credevo che tutti avessero capito, salvo poi vedere la foto postata su Fb dal sindaco Camilla Verona: un oceano di teste ammassate in riva al fiume in uno dei luoghi di maggior ritrovo. L’appello “restate a casa” è annegato in un drink.
E intanto i positivi nel Reggiano, hanno superato quelli del Mantovano: 70 contro 61.
Mentre scrivo sono le 8.30 di lunedì: ho preso il giornale da Fausto e c’ero solo io e ho bevuto il caffè al Pepe Rosso in via Gonzaga. Consumazione servita a tavolino (bravi Mauro e Dina) e conversazione con un altro cliente a due metri e mezzo di distanza. E adesso via la parte reggiana che c’è in me e largo a quella mantovana. Mi stanno chiamando dalla redazione, quella che mi sembra già lontanissima. —
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