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Bloccato a Mantova Credevamo che il rischio fosse il grande fiume

stefano scansani
Bloccato a Mantova Credevamo che il rischio fosse il grande fiume

Va gambe all’aria l’immaginario catalogo delle paure ancestrali Che da noi sono da sempre il fango e, col sisma del 2012, il crollo 

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Direttore della Gazzetta di Reggio, essendo lombardo di Mantova è bloccato al di là del confine regionale. In queste ore lavora a distanza nella redazione della Gazzetta di Mantova.



stefano scansani

Tutto è piccolo. Come il fosso senza nome che zigzaga quasi dentro il centro di Suzzara e dove già si erge il cartello “Codisotto, frazione di Luzzara”.

È un confine piccolo fra la provincia di Mantova e quella di Reggio Emilia. Frontiera assolutamente invisibile, ma che fissa il limitare fra due Regioni ormai conchiuse dentro la zona arancione del coronavirus. Piccolo, piccolissimo anche questo: è il virus del 2020 che se frega delle antiche dogane e delle linee di demarcazione para-federali.

Il covid-19 passa, ma io no. Nel senso che fino a quando nuove, chiare, dettagliate disposizioni non chiariranno le limitazioni alla mobilità, me ne dovrò stare nella città in riva al Mincio. O meglio, basato alla Gazzetta di Mantova per fare la Gazzetta di Reggio in compagnia (online) di una redazione encomiabile.

La distanza (non la sostanza, perché è nota) ora mi permette di stabilire con precisione le dimensioni dell’impegno che da settimane i colleghi profondono per informare, chiarire, continuare ad alimentare il nostro presidio civile. Che mi fa dire e ripetere: caspita, ecco a che serve il giornale nostro nel territorio nostro.

Maledettamente piccolo, questo coronavirus. Che tocca proprio a noi: cioè quelli che nell’immaginario catalogo delle paure più o meno da sempre prevedono le sventure “grosse”: per prima quella da alluvione, tracimazione del grande fiume, dunque da annegamento collettivo.

Il pericolo da terremoto è invece recente, fissato nella botta imprevista e imprevedibile del maggio 2012 e seguenti: minaccia di crollo. Risultato padano: timor panico di restare sepolti dalle pietre cotte, dopo quello ancestrale di restare soffocati dalla terra umida.

Chi avrebbe mai pensato invece che il rischio sarebbe stato epidemico, appunto microscopico e vagante?

A questo punto il fosso senza nome che fa da confine fra Suzzara e Luzzara, fra Mantova e Reggio Emilia, fra la Lombardia e l’Emilia Romagna, è uno scherzo breve. Che io e altri per ora non possiamo superare, neanche con un salto (anche l’antico detto “saltare il fosso per la lunga”, è andato a farsi benedire)

Come il Po che, facendo una giravolta a ponente di Suzzara, si insinua verso Guastalla e la separa da Dosolo e Pomponesco.

Non c’è più un fiume o canale che segni una separazione, perché tutto s’è fatto aereo, come il Covid-19.

Soltanto i numeri dei contagiati, dei morti e dei guariti da coronavirus scanditi ogni giorno da Milano di qua e da Bologna di là, da Mantova più a nord, da Reggio Emilia più a sud, forniscono la dimensione imponente di un male così impercettibile.

La conta sui due fronti è sempre in incremento e sempre impari, purtroppo. Le uniche cose uguali sono i colori, l’animazione dentro e intorno alle tende del pre-triage montate all’esterno degli ospedali: il “Carlo Poma” a Mantova e il civile di Guastalla, a neanche trentacinque chilometri di distanza.

Da qui, a due passi dalla statale della Cisa che corre fino al passo appenninico traversando il Reggiano puntando su Brescello e Parma, è tutto uguale. Stessa sorte.

Molto grigio, oltre l’arancione. —



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