Il vero obiettivo è potenziare terapia intensiva e rianimazione
Da qui la scelta dell’ospedale di Guastalla per i Covid-19 Tutto il personale può contare sui dispositivi di protezione
Come un sisma infinito. Con scosse che si susseguono aumentando – oggi – la loro potenza in senso esponenziale. Questo è oggi – 9 marzo 2020, a Reggio Emilia – l'impatto che l’epidemia di Coronavirus ha su di noi, sulle nostre vite. L'Ospedale civico di Guastalla è da qualche giorno uno dei Punti Medici Avanzati che la Regione ha deciso di istituire in tutte le province dell'Emilia Romagna incluse nella famigerata zona rossa. A Parma, è stato destinato a Punto Medico Avanzato per il Covid-19 il padiglione Barbieri dell'ospedale Maggiore, con una dotazione di circa 250 posti letto. A Piacenza è diventato Punto Medico Avanzato per il Covid l'ospedale di Castel San Giovanni. A Reggio è stata invece scelta Guastalla, soprattutto per la dotazione già esistente di un reparto di rianimazione e terapia intensiva. In particolare gli attuali 6 posti di terapia intensiva diventeranno 12 in queste ore proprio per potenziare quello che possiamo tranquillamente considerare il tallone d'Achille di tutto il sistema sanitario nazionale di fronte a una emergenza di questa portata. Uno dei punti cardine del piano regionale per la gestione di questa emergenza è appunto quello di raddoppiare o comunque potenziare per quanto possibile i reparti di terapia intensiva e rianimazione. A cosa serve un ospedale dedicato a questa emergenza? Innanzitutto a contenere e limitare il contagio. In un ospedale Covid come è diventato in questi giorni il Civico di Guastalla, tutto il personale può contare sui dispositivi di protezione personali durante tutta la sua giornata di lavoro.
MEDICE CURA TE IPSUM
Uno dei modi più subdoli in cui, in queste settimane, si è diffuso questo virus è stato proprio negli ospedali. Non a caso, uno dei casi più gravi di contagio avvenuti nella nostra provincia è quello che ha riguardato il “Franchini”, con il personale sanitario dell'ospedale di Montecchio decimato da un paziente che era arrivato al Pronto soccorso con patologie e sintomi diversi dal Coronavirus, e soltanto dopo esser stato in più reparti per accertamenti clinici, si è scoperto essere positivo al Covid-19.
Un'altra prova della gravità della situazione e della assoluta necessità di affrontare questa emergenza con le armi giuste? Lo stato di salute dei medici di base. Quante volte abbiamo sentito in questi giorni l'appello a non intasare i pronto soccorsi e a rivolgersi invece ai medici di famiglia magari utilizzando internet per comunicare o spedire ricette o certificati? Nei fatti questo è avvenuto, sia pure generando qualche problema, se è vero che uno dei nidi preferiti di questo subdolo virus senza vaccino, sono state le sale d'attesa dei nostri medici. Il risultato? A Reggio, sul finire della settimana scorsa una decina dei medici di medicina generale era risultata positiva al coronavirus.
PEGGIO DI UN SISMA
Invero, la rappresentazione plastica di questo continuo mutare e aggravarsi della situazione è quella drammatica “ammuina” a cui in questi giorni è costretto il nostro sistema sanitario regionale, chiamato a cambiar pelle quasi continuamente di fronte alle evenienze del momento. «Se fosse un terremoto, ora staremmo quasi a posto. Avremmo già traslocato le parti dell'ospedale ferite dalle scosse e staremmo curando i feriti, un numero certo, in un'altra parte della struttura, al riparo». Questo è invece uno scenario più da guerra che da sisma, con i “feriti” che fra un po’ smetteremo di contare, chissà, ma non certo di curare. Lo dicono le curve esponenziali di coloro che – fisici medici e matematici – stanno studiando da giorni mettendo insieme i risultati resi noti dal ministero della salute e dall'istituto superiore di sanità. Un dato, in particolare, viene tenuto costantemente d'occhio: è il tempo di duplicazione del contagio, un contagio che si espande – ancora oggi – con una velocità esponenziale e non logistica. Finché le curve – dei contagi, dei pazienti con sintomi, dei ricoveri in terapia intensiva, dei morti – saranno curve esponenziali, serviranno risposte, in termini di cure e posti letto ospedalieri, in particolare di rianimazione e terapia intensiva.
A Guastalla, i posti letto dedicati alla cura dei pazienti affetti da Coronavirus sono attualmente 80, disposti su quattro piani: in questo ospedale andranno i pazienti affetti dal Coronavirus ma che vengono comunque considerati meno gravi. I pazienti più gravi saranno invece ricoverati al Santa Maria Nuova, nel reparto di malattie infettive. L'Ausl ha anche previsto scenari peggiori, ed è pronta a liberare altri reparti dell'ospedale della Bassa per assegnare altri letti all'emergenza-Covid, sempre però garantendo le urgenze degli altri reparti. L'unica eccezione – un sacrificio già certo – riguarda Ostetricia e ginecologia, con i parti che già in queste ore verranno differiti al Franchini di Montecchio. Una delle incognite che vanno ad aggravare il quadro in queste ore, riguarda il tempo che impiegheremo a buttarci alle spalle questa calamità spaventosa. Non è un tema da filosofi, ma semmai da manager dell'efficienza sanitaria. Fino a quando un sistema sanitario universalistico come il nostro – eccezionale sin qui nel fronteggiare questa emergenza – potrà reggere il peso dell’epidemia? Se lo chiedono in tanti, soprattutto tra gli addetti ai lavori di fronte ai decorsi di questa malattia, decisamente lunghi, soprattutto per chi entra in terapia intensiva e rischia di rimanerci settimane. —
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