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Aumentano i posti letto 

Vecchia ala del Santa Maria Nuova destinata alla nuova emergenza

Vecchia ala del Santa Maria Nuova destinata alla nuova emergenza

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REGGIO EMILIA. Alla fine, ci ha pensato il Coronavirus a dare una nuova vita a quelle ali del vecchio arcispedale mandate “in pensione” dalla nascita del Core e dal trasferimento di interi reparti da un'ala all'altra del Santa Maria Nuova. In particolare, l'indifferibile potenziamento del comparto di rianimazione e di quello di terapia intensiva, ha trovato il giusto terreno in quella parte dell'ospedale cittadino che fino a pochi anni fa ha ospitato il vecchio comparto operatorio. Si tratta di un intero piano che strutturalmente non potrebbe accogliere posti letto ordinari (oggi ogni stanza di degenza dovrebbe avere un bagno), ma che tuttavia è l'ideale per ospitare letti di terapia intensiva e rianimazione, ovvero ciò di cui oggi c'è più bisogno per fronteggiare l'emergenza.

Così, se all'ospedale civico di Guastalla – individuato come Punto medico avanzato Covid – i letti di terapia intensiva passano da 6 a 12, al Santa Maria Nuova i posti letto di terapia intensiva dedicati all'emergenza Coronavirus sono diventati 24 a cui si aggiungono gli altri 6 preservati per pazienti con altre malattie. In tutto, sono quindi diventati 30 i letti di questo tipo rispetto ai 18 di cui era dotato l'Irccs reggiano prima dell'emergenza Covid-19. Per questo si è immediatamente deciso di aprire un punto medico avanzato a Guastalla: per evitare che il Santa Maria Nuova superi quel livello di stress oltre il quale rischierebbe di non far fronte a tutte le esigenze della popolazione. Lo sforzo continuo dei vertici dell'Ausl reggiana è proprio quello di tenere insieme l'intero sistema, senza lasciare indietro nessuno.

Ecco perché in queste ore, anche sui social, sono tanti i medici reggiani che sottolineano l'importanza per i cittadini, di attenersi il più possibile alle direttive del governo per contenere la diffusione del virus. Perché la situazione è grave, perché «non è una semplice influenza», non foss'altro perché uccide 10 volte di più e perché osservando l'evoluzione del virus in Emilia Romagna e in Lombardia, gli studiosi prevedono una crescita esponenziale di contagi, ricoveri e morti. Previsioni quasi apocalittiche, che se si verificassero «vorrebbe dire che le misure già adottate dal governo sono insufficienti a scongiurare scenari insostenibili per il sistema sanitario delle regioni coinvolte».

E questo degli scenari peggiori è anche il motivo per cui, a Reggio come altrove, ovvero nelle zone chiamate in causa da questa emergenza priva di grandi precedenti, si fa di tutto per fronteggiare l'epidemia e rispondere alla richiesta di cure adeguate da chi ne è colpito, ma al tempo stesso si cerca di rimodulare la rete ospedaliera, senza trascurare il resto. A cominciare dal Centro Oncoematologico, il Core, che – guarda caso – non è mai stato nominato in questi giorni di emergenza, a significare lo sforzo della direzione dell'Ausl di tenere il più possibile fuori da questa tempesta la “punta di diamante” del sistema sanitario provinciale. Ma anche gli altri ospedali della provincia non sembrano in questo momento essere toccati dal piano emergenziale: a Montecchio, per esempio, resta il pronto soccorso per tutte le patologie non riconducibili al Coronavirus e poi in questi giorni sta assorbendo le degenze legate ai parti previsti inizialmente nell'ospedale di Guastalla. In questo modo, alla fine al “Franchini” dovrebbero registrarsi circa mille parti l'anno.

Invero, se la situazione dovesse restare stazionaria o magari migliorare, non dovrebbero subire contraccolpi nemmeno gli altri ospedali della provincia, ovvero il “Magati” di Scandiano e il “Sant'Anna” di Castelnovo Monti. —

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