Il centro di Reggio trasformato in deserto Negozi tutti chiusi, vuoti i luoghi di ritrovo
Mentre le strade si vuotano, i giovani riempiono i social di contenuti di vita quotidiana. Boom di videochiamate
Sembrerebbe un giovedì come tanti quello appena passato a Reggio Emilia. La giornata di sole invoglia a uscire, a incontrarsi e ad approfittare dell’apertura mattutina dei negozi, ma in città come in tutta Italia ci sono solo pochi e sparuti cittadini per le strade del centro. Si cammina a passo spedito per la Via Emilia, qualcuno indossa la mascherina, altri scendono dal marciapiede appena in lontananza vedono avvicinarsi qualcuno che cammina nella direzione opposta.
negozi
Le vetrine sono tetre e prive degli usuali colori accesi e dei faretti che illuminano i manichini agghindati come per una sfilata di moda. Qualcuna ha perfino la saracinesca abbassata. Le boutique non possono più attirare gli sguardi interessati, non possono più invogliare i possibili avventori a entrare e a comprare. Un nuovo decreto del Governo ha deciso di sospendere le attività di vendita al dettaglio e i servizi di ristorazione tra cui bar, pub, gelaterie, pasticcerie e ristoranti. Reggio si è già adattata.
All’interno dell’esagonale centro città vige una religiosa osservanza delle norme che, col tempo, restituiranno l’Italia alla normalità. “Noi non molliamo”, “Torneremo il prima possibile”, “A dà passà ‘a nuttata”, “Siamo chiusi, ma torneremo!”, sono questi i messaggi che i negozianti del centro storico hanno affisso alle vetrine, come a rassicurare i propri avventori che è tutto solo temporaneo e che con un pizzico di ottimismo questo crisi passerà più in fretta.
cultura
Dirigendosi verso la chiesa parrocchiale di San Pietro la locandina del Falstaff ci ricorda che nemmeno l’insaziabile personaggio shakespeariano si è salvato dalla chiusura dei luoghi di cultura della città; “spettacolo sospeso” viene scritto per ora. Chi sta in casa dovrà accontentarsi delle repliche che stanno comparendo dopo tanto tempo sul servizio televisivo pubblico o dovrà trovare la cultura in quell’immenso archivio che è la rete.
Percorrendo l’antico Decumano fino a Piazza Prampolini, dove si fronteggiano il potere civile del Comune, quello ecclesiastico del Duomo e il sempre presente potere economico di Palazzo dei Notai, l’atmosfera è quella di una città sempre all’erta, dove le mascherine chirurgiche nascondono a malapena l’insicurezza della pandemia appena dichiarata. Una definizione la cui etimologia greca non lascia spazio a dubbi. “Pàs”, tutto e “dèmos”, popolo come totalità. Un monito che i classici fanno ricadere sulla nostra collettività dopo duemila e cinquecento anni. Un sostantivo che, a differenza dei più modaioli termini inglesi che spesso sentiamo alle conferenze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci investe con tutta la profondità della cultura classica che abbiamo ereditato.
ritrovi
Il popolo della città ha lasciato i luoghi di ritrovo preferiti come Piazza Fontanesi e Piazza San Prospero, che anche oggi e fino al 3 aprile non potranno riempirsi di risa, chiacchiere, condivisioni e incontri. Anche e soprattutto i giovani sentono la responsabilità che il momento impone, non per il timore di un controllo o di un richiamo da parte delle forze dell’ordine, ma per il desiderio di potersi presto sedere di nuovo sulle distese dei bar e dei locali di Reggio Emilia e di godersi un ritrovato momento di incontro.
La preoccupazione più grande è però quella che investe le generazioni appena entrate nel mondo del lavoro, che nei loro primi vent’anni di vita hanno già dovuto attraversare due crisi globali e che guardano con invidia i propri genitori, cresciuti in un’epoca dove la parola “recessione” risuonava accostata solo a paesi lontani. Tuttavia, mentre le strade riecheggiano deserte e le serrande dei negozi sono abbassate, i social network si popolano più che mai, le visite ai musei hanno cominciato a essere introdotte di nuovo nei palinsesti televisivi e le storie di Instagram sono diventate diari in diretta della vita dei reggiani costretti a casa. Condividere le proprie playlist, “postare” le proprie abitudini quotidiane o passare le serate in videochiamata con gli amici racchiude in pieno lo spirito di una società che non si ferma e che non può essere sconfitta solo perché i bar sono chiusi. Un caffè può essere condiviso a distanza e le giornate sembrano quasi accorciarsi se le condividiamo sulle reti sociali. —
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