Gazzetta di Reggio

Reggio

NEGLI OSPEDALI DELLA PROVINCIA 

170mila mascherine chirurgiche usate a Reggio nell’ultimo mese

Massimo Sesena
170mila mascherine chirurgiche usate a Reggio nell’ultimo mese

Nello stesso periodo utilizzate 70mila protezioni con il filtro a febbraio 2019 erano state appena quattromila

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Erano i simboli della paura, ora - pur conservando la loro pesantissima carica emotiva, sono diventati anche parte fondamentale di un armamento indispensabile. Dentro e fuori dagli ospedali, le mascherine oggi più che mai sono la prima arma contro questo virus. E in questi giorni di guerra, queste mascherine, il loro uso (in ospedale e non solo) i loro costi sono il termometro della situazione.

In questo mese di lotta alla diffusione del coronavirus, al Santa Maria Nuova sono state consumate 170mila mascherine chirurgiche (quelle che si vedono nelle sale operatorie e anche le più facilmente reperibili sul mercato, di questi tempi). Gli addetti ai lavori hanno calcolato che questa cifra equivale a cinque volte quella delle mascherine utilizzate nello stesso periodo dell’anno scorso negli stessi ospedali della provincia. Invero, il numero ancora più impressionante è quello che riguarda l’utilizzo delle altre mascherine, le cosiddette Ffp3, quelle con il filtro, che in ospedale vengono usate di norma soltanto in alcune specifiche situazioni e ambienti. Ora invece sono di uso praticamente comune, nei presidi medici dedicati al Coronavirus, ma non solo.

Il consumo di queste mascherine - che hanno una vita media di uno-due giorni al massimo, sempre che non vengano in contatto prima con persone positive al Covid-19- è passato da 4mila nel febbraio 2019 a 70mila nello stesso lasso di tempo ma di quest’anno.

Da qui una delle emergenze nell’emergenza, in questi giorni, è stata quella della ricerca in ogni angolo della terra, di questi presidi di protezione individuale.

RICERCA SPASMODICA

Una ricerca spasmodica, quasi quanto quella che in queste ore impegna i ricercatori sul vaccino o su altri farmaci che possono servire a vincere il virus. Perché le mascherine e tutti i dispositivi di protezione individuali sono fondamentali per arginare il contagio perché impediscano le perdite tra gli eserciti impegnati in questa guerra. Si ricorderà infatti, all’inizio di questa pandemia il caso del contagio “di gruppo” all’ospedale Franchini di Montecchio che ha costretto un nutrito gruppo di operatori sanitari a staserne in quarantena in attesa degli esiti dei tamponi su tutti coloro che - medici infermieri e altro personale sanitario della struttura della Val d’Enza - erano venuti in contatto con un paziente che era arrivato al Franchini con sintomi diversi da quelli di una infezione da Coronavirus e che solo in un secondo momento (quando era stato visitato in diversi reparti) era risultato positivo al Covid-19. Non a caso, da quel momento e grazie anche alla creazione di un presidio Covid dedicato, non ci sono stati altri contagi sospetti di queste dimensioni. E soprattutto - quel che più conta - non ci sono stati tra coloro che, per dirla senza troppi giri di parole, nel mezzo di questa corsa a salvare vite, non possono permettersi di ammalarsi.

MACCHINE COSTOSE

E la ricerca a tutto campo di nuovi rifornimenti di mascherine si fa ogni giorno più difficile perché il virus si muove più veloce di quanto possano fare le aziende del biomedicale che producono mascherine. In questo caso, in altre parole è soprattutto una corsa contro il tempo e il costo è un fattore marginale. Dove invece l’aspetto economico non è affatto marginale è nel resto delle “munizioni”: pensiamo ai letti di terapia intensiva e di rianimazione che al Santa Maria Nuova - sfruttando e ri-attrezzando l’ala del vecchio comparto operatorio con letti di rianimazione e terapia intensiva si è passati da una dotazione iniziale di 12 posti di rianimazione e 6 di terapia intensiva a quella attuale che conta 29 letti di rianimazione e 6 di terapia intensiva. A cui si aggiungono i letti dell’Ospedale di Guastalla scelto come presidio Covid per il nostro territorio provinciale: 10 di rianimazione e 6 di terapia intensiva.

In questa parte più avanzata della trincea, si lotta con mezzi sofisticati e costosi.

Pensiamo ai fondamentali ventilatori polmonari, ai saturimetri, ai monitor. Tutti strumenti per i quali è stata necessaria una dotazione supplementare. In alcuni casi sono arrivati strumenti dalla Protezione civile, in altre circostanze l’Ausl ha provveduto - anche grazie alle donazioni - all’acquisto. Il prezzo dei ventilatori è variabile: si parte da 3/4mila euro ai 25 mila. —





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