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Coronavirus, anche il colosso Argo Tractors chiude: in 1.300 a casa per 10 giorni

Enrico Lorenzo Tidona
Coronavirus, anche il colosso Argo Tractors chiude: in 1.300 a casa per 10 giorni

Dopo la Kohler, anche altre aziende scelgono di fermarsi. Stop anche alla Alubel di Bagnolo, il plauso dei sindacati

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FABBRICO  Dieci giorni di chiusura e 1.300 dipendenti a casa in un sol colpo con l’ausilio della cassa integrazione ordinaria. È il più sonoro colpo inferto finora dal Coronovirus a un’azienda di Reggio Emilia. Parliamo della Argo Tractors, produttrice di trattori, che al pari della Kohler di Reggio – partita due giorni fa – ha deciso di interrompere la produzione dal 16 al 25 marzo, riducendo così il rischio di contagio in azienda, per sanificare gli ambienti e in ossequio al rispetto delle nuove e più stringenti norme. La produzione di Argo Tractors si articola su sei stabilimenti di produzione in Italia. Nei siti produttivi di Fabbrico, San Martino in Rio e Luzzara vengono prodotte tutte le gamme dei trattori a marchio Landini, McCormick e Valpadana. Siti produttivi che saranno chiusi.
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A San Martino in Rio c’è poi il moderno centro ricambi per l’Italia e l’estero, che rimarrà in funzione ma con il personale dimezzato.

Per capire la portata della scelta, bisogna considerare che da qui Argo Tractors controlla otto filiali commerciali nel mondo e 130 importatori esteri, con un fatturato che supera i 400 milioni di euro. In Italia la rete distributiva copre l’intero territorio con una rete di 170 concessionari. Fatto salvo il momento non proprio brillante per la meccanica reggiana – già esposta ai venti del rallentamento mondiale – la chiusura che scatta domani è stata certamente sofferta. E non è l’unica.
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Un’altra azienda che si ferma è la Alubel di Bagnolo in Piano, che ha deciso di chiudere per due settimane. Una scelta già compiuta, come detto, dalla Kohler-Lombardini, che ha preso una posizione difficile ma netta, mettendo a casa 650 dipendenti a Reggio Emilia, ai quali se ne aggiungono altri 130 circa della sede di Rieti. Un’impresa che si è messa al passo con le prescrizioni sanitarie previste dai decreti sul Covid-19 e che ha comunque preferito fermarsi in un momento anche di forti tensioni nelle fabbriche reggiane.

È tutta Reggio ad essere messa infatti sotto stress dall’emergenza sanitaria.

Parliamo di una provincia che ha il triplo di sindacalizzazione rispetto alla media italiana per numero di aziende, iscritti e delegati. In questi giorni non è mancata la sponda collaborativa di Unindustria, pur con i normali scontri tra sindacati e imprese. Il vero nodo è la possibilità di “chiudere per ripartire”, caldeggiata da molti sindacati. L’Usb dell’Emilia-Romagna già tre giorni fa aveva lanciato lo sciopero sanitario.

A Reggio l’attenzione dei sindacati nelle fabbriche resta quindi alta. Anche il nuovo decreto prevede massima sicurezza per i lavoratori, con distanze garantite, dotazioni sufficienti e possibilità di usufruire della cassa integrazione anche per poter permettere l’igienizzazione degli stabilimenti.

C’è poi chi non ha chiuso ma ha varato delle buone pratiche, secondo quanto risulta. All’Interpump di Sant’Italario, ad esempio, è stato stabilito che non possano entrare più di cinque persone alla volta in spogliatoio. Alla Ognibene di Reggio sono stati modificati i turni – con entrate differenziate di 10 minuti – per evitare assembramenti negli spazi comuni .

C’è poi l’esperienza importata dalle filiali produttive cinesi controllate da diverse imprese reggiane.

È stato “importato” il compartimento delle persone. In pratica si cerca di lavorare sempre con gli stessi colleghi, così in caso di contagio non ci dovrebbe essere il bisogno di chiudere tutta la fabbrica ma solo il tratto produttivo interessato.

Alla Rcf di Reggio hanno stabilito che a ogni fine turno venga concesso il tempo all’operaio di igienizzare la postazione e gli strumenti.

Le chiusure, in alcuni casi, sono agevolate dal calo produttivo. Ma c’è anche chi ha ordini in crescita, spinti dalla preoccupazione dei clienti di rimanere a loro volta senza merce. In questi giorni, però, i sindacati hanno ottenuto – non senza fatica – di poter azzerare gli straordinari.

«Il principio – conferma Simone Vecchi, segretario della Fiom di Reggio Emilia – è che aumentare il lavoro significa aumentare il rischio. Il rischio zero non esiste ma il Governo è stato chiaro sulla sua riduzione. Approfittare della cassa integrazione per l’igienizzazione – dice il sindacalista reggiano – permette di tornare in fabbrica con molta più sicurezza. Una volta rientrati, utilizzando buone pratiche per l’igienizzazione da parte di ogni singolo lavoratore, si riduce moltissimo il rischio di contagio. Questo ci permette di ridurre anche i conflitti interni alle aziende. Ribadiamo però che la salute viene prima». —




 

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