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Una parrocchia dal volto missionario grazie a don Guido

Paolo BEDOGNI
Una parrocchia dal volto missionario grazie a don Guido

Ricordava le persone in base alla via, il numero civico, il piano Un pastore con l’odore delle pecore: le conosceva una ad una 

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LA TESTIMONIANZA

Paolo BEDOGNI

Parlare di un prete in questa sede giornalistica può sembrare fuori luogo in quanto le vicende religiose sono appannaggio di giornali confessionali.

Mi è stato chiesto però di parlare di don Guido perché con lui, ma soprattutto con la comunità di Sant’ Agostino, ho vissuto situazioni che oggi mi fanno capire tante cose di lui. La cosa strana che sono arrivato a pensare è che siamo di fronte ad un vero artista-artigiano sempre ispirato a fare, ad operare.

Vorrei rifarmi alle tre scene del vangelo di Luca che riportano l’incontro dei due delusi che da Gerusalemme tornano per andare a Emmaus.

sindrome del mattone

Questo bel racconto raffigurato nel duomo di Monreale e dalle varie generazioni della storia dell’arte ci fa entrare nella logica del fare di don Guido che ha macinato chilometri e ha costruito tante cose nel vero senso della parola.

Noi stolti spesso vedevamo in lui la “sindrome del mattone”, che forse aveva veramente, ma il suo fare era ispirato sempre dallo Spirito, proprio come vuole che sia il Signore (Esodo 31, 1 – 11).

Il suo fare si allargava spesso nei luoghi dove abitano le persone, tra le case del quartiere dove operava tra parrocchia e famiglie, comprese le mononucleari come oggi vengono chiamate.

Don Guido aveva quelle che noi spesso identificavamo come vere e proprie “fisse”, del tipo: «Quando busso, tutti mi aprono o almeno mi rispondono».

Il suo operare aveva come oggetto i diversi luoghi che intendeva far germogliare all’interno di un perimetro definito dalla parrocchia all’interno del quartiere. Mostrava questa sua capacità anche quando si parlava di centro storico.

Entrava nel dibattito sulle politiche del decentramento direzionale credendo che queste avessero causato lo spopolamento o il cambio dei residenti del tessuto edilizio.

Le iniziative fatte con il Comitato di Porta Castello e di Via Ariosto lo vedevano sempre concorde e coinvolto in prima fila con quella sua bicicletta sgangherata.

Un giretto in bici per controllare come andavano i lavori di piazza del Cristo, di qualche facciata oppure qualche allestimento temporaneo era sempre atteso con piacere anche se le critiche potevano essere importanti.

IL VOLTO MISSIONARIO

Con fatica così in breve si può descrivere don Guido, il quale si sentiva partecipe di un cantiere di costruzioni ad ampio raggio. La sua missione era ispirata dal contatto con la Sacra Scrittura, che lo faceva stare contemporaneamente vicino a tanta gente.

Aveva una sorta di banca dati per una analisi precisa del territorio famiglia per famiglia, casa per casa. Nel campo dell’arte del costruire ognuno sa che l’analisi delle singole situazioni, dei bisogni sociali, delle solitudini sono il primo passo per trovare progetti di vicinanza e di prossimità.

Questo diventa testimonianza di una Chiesa in uscita come vuole papa Francesco, ovvero di una parrocchia dal volto missionario.

Il suo operare è sicuramente stato ispirato come è detto in Esodo: “Nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza perché possano eseguire quanto ti ho comandato”.

Gli incontri

Il suo andare quasi sempre in bici per le strade era ben riconoscibile nella sua andatura un po' sbilenca ma sicura per raggiungere gli ammalati in ospedale o chi aveva particolari necessità.

Ognuno di questi momenti era un incontro umano con la gente che non poteva che avere riflessi nel culto quotidiano e soprattutto con l’assemblea domenicale. La liturgia prendeva corpo nel rapporto vivo di chi in chiesa veniva riconosciuto uno ad uno. Solo così è spiegabile la sua banca dati mentale che diventava come un gioco nel ricordare le persone in base alla via, al numero civico e al piano: una reinterpretazione moderna della “teoria dei loci” di origine greca.

IL PASTORE

Non credo che sia solo questione di memoria, perché tutto ciò rappresenta l’operare con sapienza di un servitore riempito dallo Spirito di Dio.

Questo modalità sempre attuale di fare il parroco presuppone una vocazione.

Come dice Francesco così operando si riconosce il pastore con l’odore delle pecore.

Tante sono le cose da lui realizzate, ma oggi quella che ci lascia con maggior orgoglio è sicuramente una parrocchia sana economicamente, sana come comunità allargata di persone e rispettosa verso il quartiere e la città.

L’epilogo

Abbiamo iniziato con il cammino dei due verso Emmaus dopo la morte di Cristo che rappresenta la fatica di credere e la lotta per capire anche in certi momenti difficili. Ma oggi siamo uniti dall’epilogo che tutti ci ricordiamo nell’immagine di Caravaggio.

I due dopo aver sentito per strada le Sacre Scritture dall’uomo che li accompagnava, si accorgono che l’uomo era Gesù in persona.

In quel momento sono a tavola con Lui e mentre spezza il pane si sottrae al loro sguardo. —

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