I senzatetto temono il virus e all’alba non vogliono uscire
REGGIO EMILIA
Va registrata una rivolta pacifica dei senzatetto, che nel fine settimana scorso si sono rifiutati di uscire all’alba dal dormitorio della Papa Giovanni XXIII a Roncocesi, non avendo un luogo dove potersi riparare dal contagio. Potenza della paura da Covid-19, che ha invertito le parti (abitualmente i senza fissa dimora sono restii a rimanere nei dormitori) e che ha indotto ad esempio la Caritas a tenere aperti gli alloggi per i più bisognosi pure di giorno.
È accaduto sabato scorso nella struttura di via Villana 2 a Roncocesi, dove erano accolti per la notte dodici senzatetto. Quando gli ospiti alle 7.30 sono stati svegliati dall’operatore che ha chiesto loro di uscire, come di solito accade, si sono rifiutati. «È stato un rifiuto pacifico: le persone accolte hanno spiegato di non avere un luogo dove andare e ci hanno chiesto di poter rimanere all’interno per timore del virus – spiega Fabio Salati, presidente della Papa Giovanni XXIII che gestisce la struttura di Roncocesi –. Abbiamo acconsentito senza alcun problema: viste le circostanze, ci pareva sensato e doveroso non lasciarli in giro per strada. Il lunedì seguente gli ospiti sono usciti perché ha aperto il Drop-in, la struttura a bassa soglia nell’ex Villetta Svizzera gestita dalla coop La Quercia».
Si è invece organizzata per tempo la Caritas, come ha spiegato il presidente Isacco Rinaldi. «Le persone che vivono per strada e che rientravano nel piano nell’accoglienza invernale (da novembre a marzo) sono rimaste nel principale dormitorio cittadino: quello di via Guittone d’Arezzo, abbastanza grande per garantire la distanza di sicurezza. Attualmente gli ospiti sono tredici su una capienza massima di 15, adesso sconsigliata. A differenza di prima il dormitorio resta aperto notte e giorno, mentre la mensa Caritas provvede a cucinare i pasti pure per loro».
Sulle necessità della Caritas Rinaldi ha sottolineato: «Fin dalla prima ora per distribuire i 300 pasti al giorno (a mezzogiorno si consegna anche la cena, per non sforare oltre le 18) abbiamo invitato i volontari pensionati, più a rischio, a fermarsi e abbiamo coinvolto di più giovani. I giovani hanno risposto in tantissimi, ma non possiamo arruolare più di otto persone al giorno, sempre per evitare assembramenti: sono molti di più quelli che chiedono di rendersi utili rispetto a quelli che possiamo utilizzare. Al contrario siamo in difficoltà con l’ambulatorio medico per i senza fissa dimora di via Adua perché i medici che lo portavano avanti o sono anziani (e quindi a casa) o stanno facendo gli straordinari. Abbiamo ridotto al minimo prosegue – ma se si va sotto una certa soglia dovremo chiudere, mentre sarebbe importante che chi ha bisogno di iniezioni o cure continuasse. Se c’è qualcuno con competenze professionali disponibile è pregato di farsi avanti». —
Am.P.
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