Apicoltori assediati dai ladri di alveari «In una notte mi hanno rubato 40 arnie»
L’allarme di Michela Colombo, imprenditrice e socia Conapi e Cia: «Chi ha commesso il furto di certo ha dimestichezza»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA.
«Apicoltori reggiani assediati dai ladri di alveari». È l’allarme lanciato dalla Cia di Reggio Emilia, che mette in guardia sui numerosi i colpi messi a segno in tutta la provincia – dalla zona ceramiche alla Val d’Enza, dalla montagna alla Bassa passando per le frazioni rurali della città – , come se non bastassero i nefasti effetti dei cambiamenti climatici e le terribili conseguenze dell’emergenza Covid-19.
Il furto più ingente lo ha subito Michela Colombo, 42 anni, apicoltrice professionista, socia Conapi e membro del direttivo Cia, che ha visto sparire in una notte ben 40 arnie. La sede legale della ditta “L’olmo” dell’imprenditrice – che produce e conferisce al Conapi miele di acacia, tiglio, castagno e millefiori – si trova a Roncocesi, ma le arnie vengono posizionate in diversi luoghi anche a notevole distanza. Tra questi un campo con un casolare abbandonato vicino all’abitato di Cadelbosco, dove il socio di Michela, recandosi a controllare le arnie nel fine settimana, ne ha trovare solo due anziché le abituali 42.
IL COLPO
«Sul posto si notavano le impronte di un furgone, fermato a una certa distanza dalle arnie perché i malviventi sanno che parecchi proprietari installano le telecamere – spiega l’apicoltrice – È accaduto ai primi di febbraio: un periodo strano perché le famiglie sono in condizione di invernamento, sono poche e inattive, è in primavera che si moltiplicano e chiunque abbia sottratto le api dovrà lavorarci su per renderle produttive». A proposito dei responsabili: «Non saprei se possa trattarsi di un apicoltore che integra il reddito con il furto o se un ladro che diversifica con l’agricoltura. Di certo ci vuole dimestichezza per avvicinarsi alle api: intanto bisogna sottrarle di notte perché non volano al buio e occorre essere protetti con guanti e maschera perché le sposti le arnie gli sciami si agitano ed escono».
IL BOTTINO
Sul valore Michela non si sbilancia: «Noi non ricompreremo le api, costerebbe troppo. Oltre al danno materiale – se avessi venduto gli sciami avrei incassato all’incirca 6-7mila euro – occorre considerare la mancata produzione di quella postazione che era consistente: un solo alveare in una stagione media può arrivare a produrre intorno a 70 chili di miele. A un mio collega hanno rubato una quindicina di arnie, mentre nell’Appennino gli ammanchi sono di uno-due arnie per volta».
I controlli
Secondo l’imprenditrice i furti di arnie «vanno sempre denunciati, anche perché qui in pianura il nostro settore è poco conosciuto, mentre le forze dell’ordine devono sapere che un furgoncino che trasporta arnie in pieno inverno è alquanto sospetto. Ad esempio in Lunigiana, dove l’apicoltura nomade è una voce importante dell’economia, i controlli sono frequentissimi, noi siamo stati fermati parecchie volte».
L’EMERGENZA
Nel frattempo è subentrata la pandemia del Covid-19 e le limitazioni agli spostamenti. «Un apicoltore è sempre in giro: noi abbiamo arnie sia nel Reggiano sia nel Parmense e proprio in questo periodo vanno seguite parecchio. Portiamo con noi l’autocertificazione e la visura camerale per dimostrare che siamo apicoltori professionisti. Per fortuna noi siamo due soci con due mezzi, già isolati in campagna; io personalmente sono tranquilla, hanno problemi ditte più grandi con dipendenti». Da anni si ripete che le api sono in forte difficoltà a causa di inverni innaturali che paiono primavere: quest’anno, con la presenza dell’uomo meno invasiva, come sarà la produzione? «Noi tutti speriamo che sia un anno buono per le api e non solo. L’uomo “fermo” fa bene alla natura, questo è certo, anche se non possiamo restare fermi a lungo. Per adesso vedo api belle, molto polline, la qualità dell’aria migliorata, anche se resta il problema della convivenza con le attività agricole. Forse da questa pandemia potremmo imparare qualcosa». —
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