Gazzetta di Reggio

Reggio

Il dramma dei parenti 

«Non posso vedere mia madre ricoverata da giorni al Magati»

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MONTECCHIO

Sabato mattina. Presto, molto presto rispetto al solito. Piazza Repubblica a Montecchio. Tecnicamente è il secondo giorno di primavera. Il sole e la natura stanno facendo il loro corso. Come il virus che da quasi un mese ci ha fatto conoscere la sua ferocia e la sua capacità di diffondersi ovunque. Fuori per acquistare le medicine a un anziano, incontro qualche persona mascherata come se fosse carnevale, ma di voglia di festeggiare non ce n’è. Servono a poco, le mascherine che indossiamo, ma hanno soprattutto la funzione di renderci irriconoscibili a coloro con i quali ti fermavi a scambiare due chiacchiere. Questo, prima del virus e delle direttive che hanno proibito qualsiasi contatto. Così, quando mi sento chiamare quasi mi spavento: «Alessandro», sento gridare da lontano da una figura femminile che mano a mano che cerco di mettere a fuoco, riconosco. È Paola (il nome è di fantasia) che avrà qualche novità da riportarmi. Il clima surreale di una Montecchio deserta e il suono delle campane che mi ricordano che è ancora molto presto, mi fanno però subito capire che non sarà un incontro come gli altri: Paola, donna forte, grintosa, combattiva, capace di aiutare il prossimo e di avere sempre una parola di conforto per gli altri, è in lacrime. Mi racconta che la madre, ospite della casa di riposo comunale, è stata trasportata con urgenza al Magati di Scandiano per sospetto Covid. E mentre mi narra i fatti delle ultime 24 ore, mi guarda con occhio interrogativo: «Me la faranno vedere? Me l’hanno portata via senza farmela vedere. L’ultima volta ero andata vestita come un astronauta alla casa di riposo e me l’hanno fatta salutare solo da dietro una vetrata. Era il 4 marzo, dopo non mi hanno più fatto entrare. Sto impazzendo. Me l’hanno portata via dicendomelo solo con una telefonata. Se muore impazzisco, ma lei non morirà, vero? Perché è andata via che respirava ancora». Allibito, da distanza di sicurezza quando invece il mio istinto sarebbe quello di abbracciare e baciare Paola per consolarla, cerco parole banali cui non credo neppure io mentre emetto quei suoni. Paola mi guarda e mi sorride con un angolo della bocca. Ha capito che mento, ma che non ho altro da dirle su questa situazione. Allora riprende a piangere e mi dice: «Fate capire a quelli che ancora non vogliono stare in casa, come si sentono quelli che non potranno più vedere i loro cari, neanche se muoiono. Cosa sarà una passeggiata, confronto a una vita che se ne va? E coloro che restano, come staranno quando questo sarà finito e loro, quelli che corrono, saranno nuovamente in giro a fare sport o a fare la spesa. Noi saremo al cimitero a cercare conforto. E non lo troveremo». Mi saluta, Paola, con la cordialità che l’ha sempre contraddistinta. Si rimette la mascherina. Ma non può tenerla a lungo. Le lacrime le scendono dalle guance copiose. —

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