La partigiana Eletta Bigi se n’è andata a 95 anni
Campegine, è stata la protagonista della pastasciuttata del luglio 1943 ed era la memoria della Resistenza e della vita dei fratelli Cervi
CAMPEGINE. Campegine dice addio all’ultima protagonista della celebre pastasciutta del luglio 1943. Nella giornata di ieri è morta la 95enne Eletta Bigi, partigiana, memoria storica della Resistenza e dell’antifascismo in una delle aree più iconiche in questo senso, il campeginese della famiglia Cervi. Una famiglia di cui lei faceva parte, e di cui ha sempre contribuito a tramandare il ricordo. Eletta – che lascia i figli Catia e Roberto, i fratelli e tanti nipoti e pronipoti – è spirata nella casa di riposo dove si trovava da circa un anno. Nel periodo dell’occupazione fascista ha combattuto nelle file partigiane, operando come staffetta in sella alla sua bici. Era attiva già prima dell’armistizio, quando i primi gruppi stavano iniziando a organizzarsi.
Bigi era anche l’ultima testimone in vita di uno dei momenti più amati dell’epica dei Cervi, la famosa pastasciutta organizzata per festeggiare la destituzione di Mussolini il 25 luglio 1943. Da decenni, il 25 luglio è la data di decine di pastasciutte antifasciste in tutta Italia, con fulcro ovviamente ai Campi Rossi, in quello che oggi è il Museo Cervi. Un modo per ricordare un evento di grande impatto simbolico, andato materialmente in scena non il 25 ma il 27 luglio 1943, quando la notizia della caduta di Mussolini divenne ufficiale.
Nel 2012, l’istituto storico Istoreco contattò Eletta per farsi raccontare i dettagli di quelle giornate.La testimonianza, raccolta da Luciana Cervi, Gemma Bigi, Annalisa Govi e Matthias Durchfeld, regala tanti sprazzi curiosi. «I Cervi non avevano la radio, non avevano nemmeno la luce elettrica per farla andare. Ma la gente andava in giro, c'era tanto entusiasmo. Così Aldo è andato a Reggio Emilia, al suo ritorno Gelindo diceva: “Anche qua bisogna fare qualcosa”. Ha contattato il fornaio Amadeo Rapacchi di Casa Cocconi che faceva anche la pasta», spiegò. E tutti partirono: «Abbiamo portato 170 chili da impastare: 100 chili hanno dato i Cervi dei “Campi Rossi”, 50 chili i Cervi del “Tagliavino” e 20 chili i Bigi di Vicolo Parigi. Rapacchi aveva le macchine per fare il pastaio. E poi era antifascista anche lui. La pasta veniva fuori dagli stampi, faceva i maccheroni. Che poi dovevano asciugare, però usava degli attrezzi per stendere e aveva i forni per asciugare».
A quel punto, restava da cuocere una quantità notevole di prodotto: «La pasta cruda è stata portata nei sacchi, sul carretto del latte, alla latteria di Caprara, per bollirla nelle caldaie e un po' di pasta è stata portata anche alla latteria di Campegine. Sotto le caldaie con la legna si faceva il fuoco. E io c'ero a grattugiare il formaggio. La pasta cotta è stata messa nei bidoni del latte e condita con il burro e il formaggio. Ce li ha messi la latteria». La pasta venne poi portata in piazza, su un carretto a cavallo: «Quanta gente, era piena la piazza, perché la gente aveva fame. Usciva di casa con il piatto in mano. Non c'erano mica i piatti di plastica. C'era il pozzo in piazza, la fontanella, abbiamo bevuto solo acqua, niente vino. E niente pane, niente dolce, la pasta e basta».
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