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A Reggio scatta la serrata 80% delle aziende in cassa

Enrico Lorenzo Tidona
A Reggio scatta la serrata 80% delle aziende in cassa

Solo un’impresa su quattro svolge attività “necessarie”: stop da 2 a 9 settimane Ieri sciopero alla Interpump e alla Spal ma è pioggia di richieste di ammortizzatori

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Enrico Lorenzo Tidona

REGGIO EMILIA

Gli imballaggi in alluminio della Crown di Montecchio e i barattoli della Ardagh arrivano direttamente sulle tavole degli italiani con dentro cibo e bevande. Ecco allora che quelle aziende possono restare aperte, così come – per fare un esempio – buona parte del mini distretto del barattolo della Val d’Enza, dove si “salva” anche la Arcelor Mittal, che produce le lastre di alluminio utilizzate proprio da quelle stesse aziende legate all’alimentare. Ma sono ore febbrili per capire quali sono i prodotti e i servizi essenziali, definizione contenuta nel decreto “Cura Italia”, che ha allargato le sue maglie scontentando i sindacati, che puntavano alla chiusura pressoché totale delle imprese per fermare il contagio da Coronavirus. A Reggio Emilia l’effetto sarà comunque su larga scala.

Su questo sindacati e industriali concordano: circa l’80% delle imprese chiuderanno per almeno due settimane in ottemperanza al decreto e perché ritenute non essenziali.

«Alimentare e sanità sono chiaramente essenziali ma non sono gli unici – dice Fabio Storchi, presidente di Unindustria _ Lo è chi produce gomma per costruire le strumentazioni sanitarie o i prodotti chimici connessi. Nella meccanica chi costruisce macchine per l’agricoltura e la silvicultura o le macchine per l’agroalimentare. Ma sono solo esempi. Stiamo facendo la conta. Buona parte del resto invece si fermerà bloccando l’economica. Siamo preoccupati sul meccanismo di riavvio del nostro sistema. Più avanti adiamo e più sarà complicato».

Non sono mancati però gli scioperi ieri nel Reggiano. I sindacati – Cgil, Cisl e Uil unitariamente e a livello nazionale – avevano annunciato mobilitazioni qualora le aziende non avessero chiuso subito o ridotto le produzioni non essenziali. Lo sciopero è avvenuto all’Interpump e alla Spal di Correggio, oltre che alla Comet di Pieve (gruppo Emak) e alla Butler di Rolo. «Molte aziende chiudono, altre lo avevano già fatto, ma stiamo controllando le richieste di continuare a produrre giunte in prefettura da aziende con attività la cui essenzialità è alquanto dubbia – avverte Simone Vecchi della Fiom di Reggio – Già da venerdì avevamo 15mila addetti metalmeccanici reggiani a casa in cassa integrazione. Da domenica stanno arrivando molte altre richieste, smarcandosi anche dalla valutazione di Confindustria nazionale che chiedeva di non chiudere le attività. A Reggio Emilia solo una piccola parte della meccanica ha deciso di tenere aperto».

Il probabile crollo dei consumi mondiali e l’avvio di alcune riconversioni di aziende anche reggiane per fare mascherine o respiratori, riporta alla mente l’economia ai tempi della guerra, che si riposiziona per sostenere i ricavi ed evitare danni gravi o fallimenti.

Anche i 4mila addetti reggiani delle ceramiche si fermeranno da domani. Chi per due settimane – con ritorno al lavoro il 3 aprile, termine per ora indicato nel decreto – mentre c’è chi ha chiesto cassa integrazione per 9 settimane, vale a dire fino ai primi di maggio.

«Il decreto ha allargato eccessivamente le maglie – commenta Vittorio Venezia, segretario della Filctem – ma la nostra categoria ha quantomeno incassato chiusura del settore piastrelle considerato non essenziale. Vanno tutti in cassa integrazione ma stiamo chiedendo la tutela del reddito: vale a dire la maturazione di ferie, e così via, oltre all’anticipazione della cassa da parte delle aziende. Altrimenti verrebbe pagata dall’Inps dopo almeno 60 giorni». —

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