«Badanti senza lavoro e ammortizzatori»
L’odissea delle collaboratrici domestiche in regola. Chierici (Filcams): «Categoria di lavoratrici debole, serve protezione»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA
Intrappolate, senza lavoro e senza alcuna “rete” economica, visto che il decreto “Cura Italia” non prevede per loro ammortizzatori sociali. Sono le collaboratrici domestiche: un esercito di donne – per lo più donne dell’Est, ma anche italiane con scarsa istruzione – che per anni si sono prese cura dei nostri anziani, a costo di enormi sacrifici personali. E che in questi giorni hanno preso d’assalto il centralino della Filcams-Cgil per avere informazioni e lumi sul loro futuro.
«Non abbiamo un numero preciso delle collaboratrici domestiche, ma di sicuro sono qualche decina di migliaia le persone attive nella nostra provincia. E tantissime si sono rivolte ai nostri uffici, letteralmente presi d’assalto», spiega Luca Chierici, sindacalista della Filcams-Cgil, la categoria che rappresenta i lavoratori del commercio, turismo e servizi.
Sono diverse le problematiche. «Le badanti non conviventi sono state le prime a perdere il lavoro perché, al di là della possibilità di circolare, è evidente che le famiglie hanno delle remore a far entrare in contatto anziani già debilitati con persone non familiari». Non va meglio per le badanti conviventi. «Possono esistere situazioni in cui l’anziano viene purtroppo ricoverato (non necessariamente per il Covid-19) e la badante non può assisterlo in ospedale perché ora non si può entrare: abbiamo registrato parecchi casi di familiari che hanno congedato la badante con un “in questo periodo non ci servi” perché il loro caro è ricoverato o perché preferiscono occuparsene in prima persona». Oppure è accaduto che alcune famiglie, quando ancora c’era un certo margine di movimento, «abbiano raccomandato alla badante di restare con il malato e non uscire assolutamente dall’abitazione perché altrimenti se avesse preso il virus avrebbe potuto trasmetterlo all’anziano, rendendole di fatto prigioniere. Né queste colf sono nella condizione di poter rimpatriare: già venivano da una situazione in cui erano isolate rispetto alle famiglie d’origine, in questa fase si sentono ancora più sole».
Il punto è, ha proseguito Chierici, che «i provvedimenti varati finora non hanno previsto alcun ammortizzatore sociale per questa tipologia di lavoratori “deboli”, che già in precedenza potevano rimanere senza lavoro dall’oggi al domani. Il contratto di lavoro domestico non prevede causali particolari per licenziare: basta che il bisogno non sussista più e il rapporto si interrompe. Se fosse istituita una rete di protezione, ad esempio una forma di cassa integrazione o sostegno al reddito per la colf, le famiglie potrebbero utilizzarla. Il sindacato si sta muovendo a livello nazionale per chiedere al Governo ammortizzatori per la categoria, ma finora siamo rimasti inascoltati». Insomma pare che Roma abbia altro cui pensare. «In tutta Italia le collaboratrici domestiche sono tantissime: qualche tutela dalla politica dovrebbe arrivare, visto che pagano le tasse qui e versano i contributi qui». Ovviamente quanto sopra riguarda le colf in regola, con regolare contratto, poiché chi svolgeva pulizie a domicilio è rimasto senza reddito fin dalla prima ora. «Il lavoro nero è un reato tanto per il lavoratore quanto per il datore di lavoro, semplicemente non dovrebbe esistere». —
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