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Dall’Ucraina a Reggio Emilia in apprensione per il Covid 19

am.p.

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REGGIO EMILIA

«Non vado a casa, in Ucraina, da ben cinque anni. Avevo comprato un biglietto aereo per luglio, ma ora con la pandemia in corso non so se riuscirò a partire». Ljuba Stelma, 70 anni, detta Maria («mi faccio chiamare così perché, quando sono arrivata in Italia nel 1988, la gente storpiava il mio nome, Maria è più facile») resta a distanza nel cortile dell’abitazione di provincia mentre racconta la sua storia, accanto alla pensionata di 87 anni su una sedia rotelle della quale si occupa.

Quando è scoppiata l’emergenza coronavirus Ljuba ha ricevuto istruzioni, da parte dell’unico familiare della signora che ha a sua volta un nucleo familiare numeroso, di restare al suo posto e uscire solo per reali necessità, stando molto attenta a non mettere in pericolo se stessa e l’anziana.

«Esco solo per fare la spesa al supermercato più vicino e adesso ci vado di rado. Più spesso mi reco in farmacia per le medicine che sono importanti per la signora. Per il resto non vedo nessuno». Eppure Ljuba si ritiene fortunata.

«Molte mie amiche hanno perso il lavoro, qualcuna (quelle che hanno fatto in tempo) hanno fatto ritorno in Ucraina». Ljuba invece ha rimandato il viaggio e adesso, alla luce delle attuali incognite, si è pentita.

«Avrei potuto andare a casa prima, ma d’altronde adesso anche in Ucraina hanno chiuso le scuole. Mia figlia lavora in una mensa scolastica e non lavora, i miei nipoti non fanno più lezione: esattamente come in Italia. Vedremo se per luglio le frontiere saranno aperte».

«Lavoro al mattino con regolare contratto in una villa: per fortuna almeno lì posso stare nel giardino, perché nel mio appartamento non c’è nemmeno il balcone e il pomeriggio non passa più rinchiusa in casa da sola», ha raccontato Valentina Maremba, 56 anni, ucraina a Reggio dal 2001. «Ricordo che all’epoca con le mie connazionali ci riunivamo sulle panchine di piazza Fontanesi e i parenti che avevano bisogno venivano lì: si trovava lavoro così, ti venivano a cercare loro». In questi giorni il timore, oltre che per sé, è per i figli e i nipoti in patria. «Grazie a Dio esiste internet e posso parlare con loro in video. In Ucraina si contano i primi tre casi di Covid-19: hanno chiuso scuole, bar e attività pubbliche, ma mi raccontano di parchi pieni di persone. Non hanno ancora capito». —

am.p.

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