«Quando i prof mi hanno chiesto di uscire dalla videocall»
Laurearsi ai tempi del Coronavirus? Affascinante, storico, irreale... Il racconto di Roberto Giampietri, “in giacca e camicia sul balcone”
LA TESTImONIANZA
Sono in giacca e camicia sul balcone, c’è un sole primaverile. E c’è un silenzio irreale per essere pomeriggio. Tra dieci minuti discuto la tesi. Da casa. Una “smart laureing”, chiamiamola così.
Un mio amico mi ha detto che di «momenti storici, te, ne incominci a vivere un po’ troppi». Forse non ha nemmeno tutti i torti. Lei e io eravamo in vacanza a Cuba la settimana dopo la morte di Fidel. Storico, senza dubbio. Ma anche senza musica e con tutte le città in silenzio. Io mi laureo “ai tempi del Coronavirus”. Anche questo storico, senza dubbio. E perlopiù mi laureo in storia. Più storico di così... Vabbè, a ogni modo. In tanti mi chiedono «come è stato? Dai, dai, racconta».
Come è stato laurearsi a distanza? Laurearsi a distanza è stato interessante e piacevole. L’appuntamento è per le 14.55 su Microsoft Teams. E il nostro team è formato dalla professoressa Patrizia Dogliani, relatrice della tesi, e i professori Carlo De Maria e Guido Panvini tutti docenti all’Università di Bologna. E da me, il laureando in storia contemporanea, Roberto Giampietri.
I nostri volti appaiono sullo schermo del pc uno di fianco all’altro. Chi è a Bologna, chi nel proprio studio, chi a casa come me. E sulla casa, apro piccola parentesi, bisogna mi soffermi un attimo. Prove generali la sera prima: lei, la stessa con la quale ho condiviso il viaggio a Cuba, mi ascolta mentre ripeto in tutta tranquillità il discorso. Le parole escono dalla mia bocca manco fossi una stazione radio. Ma c’è un però. Resta il problema della casa, però. «Le pareti sono troppo bianche» mi dice lei. «Mettiti davanti alla libreria» mi raccomanda mia madre via videochiamata whatsapp: altra prova generale. Alla fine si sceglie per la terza via. Si punta dritto sulla pianta di ficus stile studio di Fantozzi quando scala le gerarchie nella megaditta. E così pianta di ficus sia, anche se in realtà è una piccola palma. Farà da sfondo, vicina alle pareti “troppo bianche”.
Alle 14.55, come dicevo, ci troviamo in videoconferenza. La professoressa Dogliani introduce l’argomento. Poi incomincia la discussione. Durante i primi momenti mi sembra di avere tre o quattro cuori: pulsano nel petto, nelle tempie, dietro le orecchie. La chiacchierata fila via un po’ meno fluente della sera prima. Vabbè, dai, normale. Mancherà il brivido della discussione della tesi faccia a faccia con la commissione, di certo resta la grande emozione per ciò che, nella carriera di uno studente, rappresenta un momento indimenticabile. Il prof Panvini, intanto, ha già provveduto a caricare le slide di presentazione dell’elaborato. Sembra di essere, in tutto e per tutto, nella stessa stanza a discutere la tesi a poca distanza l’uno dall’altro. Anche se siamo lontani chilometri, “in remoto” come si dice. Alla fine della presentazione rispondo ad alcune domande. La tesi è sul Muro di Berlino.
Nel frattempo sono passati circa 25 minuti e il tempo, almeno per quel che mi riguarda, è volato. Il cuore, col passare dei minuti, è tornato a essere uno solo. Terminata la discussione, i prof mi chiedono cortesemente di uscire per un attimo dal team perché «dobbiamo parlare della sua valutazione». Chiudo la porta immaginaria dell’aula dove si è svolta la discussione, quella su cui appare la scritta “uscire dalla videochiamata”. Dopo qualche minuto, il messaggio: «Può rientrare in videoconferenza». Lo faccio. La commissione mi comunica il giudizio. È andata bene.
Ci si saluta, tra strette di mano virtuali, complimenti e ringraziamenti. Un po’ tutti emozionati per aver vissuto qualcosa di assolutamente nuovo. Sono le 15.30. È stato inusuale, certo. Ma ha mantenuto intatto il proprio fascino. Ritorno sul balcone. Fuori, per strada, c’è ancora un silenzio irreale. Si sentono solo merli e tortore. Non ci sono auto, qualche camion. L’aria bassa della nostra pianura è più lieve del solito. Più frizzante. A questo punto un brindisi è d’obbligo. Un brindisi che rimarrà nella storia di ognuno di noi studenti. Proprio come questi tempi, i tempi del Coronavirus. —
Roberto Giampietri
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google