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Dov’è Dio? «Nei pazienti, nei parenti, nei sanitari In ognuno di noi che sta lottando contro il male»

stefano scansani
Dov’è Dio? «Nei pazienti, nei parenti, nei sanitari In ognuno di noi che sta lottando contro il male»

Parla il vescovo della diocesi di Reggio Emilia e Guastalla 

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l’intervista

stefano scansani

Monsignor Camisasca, se è d’accordo, sgombriamo subito il campo dal dubbio che in questi giorni d’epidemia e tragedia si è dilatato: dove è Dio?

«Il virus è un male e non ha certamente la sua origine in Dio, che è bene e da cui deriva ogni bene. Potremmo dire che la situazione di pandemia che stiamo vivendo, è un esempio della lotta tra il bene e il male. A questa lotta, come stiamo vedendo, partecipano tanti attori. I medici, i paramedici, i famigliari dei malati, tutti coloro che pregano per l’estinguersi del male, tutti coloro che donano un po’ del loro tempo, delle loro energie, dei loro beni affinché il male finisca o sia ridotto, sono dalla parte del bene. Essi sono quindi una presenza di Dio. Così come tutto il popolo cristiano, dal Papa all’ultimo credente, che supplica il Signore perché allontani da noi questo flagello. Dio può servirsi del male per il bene: suscitando la carità, come ho detto sopra, e anche aiutandoci ad entrare in una considerazione diversa della vita presente, più attenta alle cose che non passano, meno attaccata al potere e ai beni materiali, più aperta alla presenza di Dio, al suo disegno di salvezza».

Un tempo, in occasione del dilagare delle malattie, la Chiesa moltiplicava le messe, le benedizioni, i rosari, le processioni. Anche la preghiera è diventata virtuale?

«La preghiera non è mai virtuale. Ogni santa messa, ogni rosario, ogni invocazione è sempre una “cosa” reale, una reale invocazione di Dio all’uomo, una reale partecipazione alla Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Virtuale può essere la trasmissione della messa o del rosario, mai l’evento in sé».

Il suo pensiero dove corre ogni giorno?

«Inizio la mia giornata pregando, a lungo. Porto, come posso, nella mia povera preghiera le sofferenze dei malati, di quelli che conosco e di quelli che non conosco, dei loro famigliari, le fatiche di chi lavora negli ospedali, le apprensioni di chi teme di perdere il lavoro o il futuro della sua impresa, le responsabilità dei governanti. Durante il giorno preparo dei piccoli interventi video che mando in onda alla sera attraverso You Tube, WhatsApp e i siti della Diocesi. Rispondo alle tante telefonate, lettere e messaggi che ricevo. Preparo i momenti liturgici. Cerco qualche ritaglio di tempo per leggere... Il pensiero del crocifisso mi accompagna. Come ha scritto san Leone Magno: “Occorre guardare con gli occhi del cuore Gesù crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne”.»

Il popolo cristiano come può e deve mobilitarsi con i suoi caratteri fondanti: amore, misericordia, carità?

«La prima carità è pregare. La seconda è obbedire alle regole che ci sono state imposte: restare a casa, ridurre al minimo i contatti, essere prudenti. Inoltre, possiamo con facilità farci presenti a coloro di cui conosciamo la solitudine attraverso le vie della comunicazione oggi così diffuse. Non mancano certo le occasioni per esprimere la propria vicinanza a coloro che soffrono. Per i più giovani, poi, è possibile offrire un po’ del proprio tempo nelle realtà di volontariato permesse in questo tempo, con tutte le precauzioni necessarie. Penso alla Mensa dei Poveri, alle Case della Carità e a tutte quelle realtà assistenziali sempre bisognose di aiuto».

Già diversi sacerdoti sono morti, oppure si sono ammalati. Qual è la situazione?

«Per grazia di Dio siamo stati finora risparmiati, mentre altre Diocesi hanno dovuto vivere una croce molto pesante. Penso alla Diocesi di Bergamo a me molto cara, perché è la Chiesa in cui sono stato ordinato; alla Diocesi di Parma a noi confinante; alla Diocesi di Piacenza. Voglio esprimere ai vescovi di queste Diocesi la mia fraterna commozione. Alcuni nostri sacerdoti sono ammalati in forma più o meno lieve. Ricordiamoli tutti nella nostra preghiera».

E la Pasqua come sarà? Quali prospettive e quali auspici?

«Purtroppo non ci sarà concesso di celebrare la Settimana Santa con il popolo. Dovremo viverla ancora come abbiamo vissuto queste settimane, attraverso gli schermi e con una maggiore iniziativa nelle famiglie. Aiuteremo la preghiera in casa con dei sussidi. Dovrà essere più forte il nostro silenzio e la nostra vigilanza. In fondo, questo è il grande richiamo che viene da questo tempo surreale: vigilate per cogliere ciò che è essenziale nella vita.

Dopo la Pasqua della guarigione, ci dovrà essere anche la Pasqua della Resurrezione economica del Paese. Questa costerà immensi sacrifici e una saggia guida politica. Nulla di meno importante della ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale».

Qualche prete, molti fedeli, chiedono la celebrazione dei funerali, in ogni caso. La sua risposta?

«È questa una situazione molto dolorosa. Di fatto soltanto il sacerdote e pochi famigliari possono accompagnare la bara del defunto alla tumulazione. È un motivo di grande sofferenza. Mi vengono alla mente le parole di san Paolo: nulla ho portato nel mondo, nulla porterò via. E quelle di Giobbe: nudo sono entrato nel mondo e nudo uscirò dal mondo. Speriamo di poter presto celebrare le messe in presenza del popolo, in suffragio e memoria di questi defunti. Certamente questo loro sacrificio otterrà da Dio una più grande misericordia sulla loro vita». —





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