#Iorestoacasa, ma non a casa mia perché qualcuno ha bisogno di noi
Dai parroci don Goccini e don Ruozi al giovane scout “Cillo”: loro hanno deciso di fare la valigia
REGGIO EMILIA
#Iorestoacasa, ma non a casa mia! Questo potrebbe essere non solo uno slogan, ma piuttosto un punto da cui partire per un ragionamento puntuale, pensando a chi una casa non ce l’ha ma anche a chi ce l’ha ma può uscire dalla propria casa per offrire aiuto alle persone più fragili. Si parla di volontariato e lo spunto arriva da Gianmarco Marzocchini, direttore della Caritas diocesana di Reggio.
Se è vero che in questo momento è veramente importante che tutti possano avere un luogo nel quale poter rimanere, isolandosi dagli altri e seguendo tutte le prescrizioni igienico-sanitarie che ci vengono imposte, è altrettanto vero che ci sono persone senza una casa nella quale vivere e che, per vari motivi, erano accolti in strutture di accoglienza al momento dell’inizio di questa pandemia. «Quasi tutte le strutture di accoglienza – spiega Gianmarco Marzocchini, direttore della Caritas – erano organizzate per garantire il ricovero notturno delle persone, alcuni fornendo la cena e/o la colazione. Una situazione, questa, che non poteva garantire la sicurezza degli ospiti e della salute pubblica, lasciando queste persone tutta la giornata “in giro”. Così, dormitori e strutture di accoglienza, stabili o di emergenza, si sono riconvertiti in strutture H24, garantendo una casa, seppur provvisoria, anche a chi non l’aveva. Tutto questo è reso possibile da un mare di volontariato: nelle parrocchie che mettono a disposizione le accoglienze invernali, nella mensa che prepara e consegna i pasti, in chi si mette a disposizione per fare da fattorino per raccogliere o consegnare cibo».
Ci sono anche persone, ricorda Marzocchini, che hanno deciso di dedicare tutto questo tempo di emergenza a favore di queste strutture, trasferendosi di casa. È l’esempio di Luca Cilloni, “Cillo” per gli amici, giovane di 26 anni (scout, impegnato in parrocchia, volontario di Operazione Colomba in Libano) che si è trasferito nel dormitorio Caritas dell’ex-Ifoa. Insieme a Saul, suo coetaneo, garantisce l’apertura e la presenza affinché il dormitorio sia sempre aperto. Ci sono altri esempi di trasferimento di casa in modo da sostenere situazioni che, a causa del Coronavirus, si sono fatte difficili. Don Giordano Goccini, parroco di Novellara e don Giovanni Ruozi, parroco di Castelnovo Monti, hanno fatto la valigia e si sono trasferiti nella Casa della Carità del loro paese. E così hanno fatto altri ausiliari e volontari, dedicando 2-3 settimane di tempo per fermarsi in modo stabile presso una Casa della Carità.
«Le Case della Carità – precisa Marzocchini – sono ambienti familiari e non strutture assistenziali, basate sul lavoro di tantissime persone che passano dalla Casa durante il giorno per fare i più diversi servizi. Con l’isolamento alcune strutture sono andate in difficoltà e hanno dovuto affrontare anche malattie interne che hanno complicato ulteriormente la gestione quotidiana. Ecco che la scelta di una persona che si dedica a tempo pieno e si mette a servizio di queste realtà diventa di fondamentale importanza per garantire il servizio e per evitare il via vai di persone da fuori. Naturalmente, è importante essere giovani e in buona salute». La Caritas diocesana sta raccogliendo disponibilità di questo tipo e coordina la richiesta che, in modo particolare, oggi viene dalle Case della Carità. Per rendersi disponibili è necessario scrivere una mail a segreteria@caritasreggiana.it e verrà ricontattato per un colloquio telefonico. Insomma, possiamo ottemperare alle prescrizioni di rimanere a casa e, nello stesso tempo, fare un servizio prezioso a favore di chi è maggiormente in difficoltà in questo periodo
«Possiamo sentirci a casa anche se non sono le nostre solite mura. Fare famiglia va oltre le strutture e questo periodo ce lo ricorda bene». —
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