Nondasola: «Chiedete aiuto, noi ci siamo»
Silvia Iotti, presidente dell’associazione, lancia un appello: «Restare isolate in casa non significa subire in silenzio»
REGGIO EMILIA
Approfittare dell’uscita per fare la spesa e telefonare al Centro Antiviolenza, avendo l’accortezza di cancellare il numero dal cellulare: è uno dei consigli suggeriti dal Centro Antiviolenza-Casa delle Donne di Reggio Emilia, gestito da 22 anni dall’associazione Nondasola, per non far finire nel dimenticatoio, in questo periodo di isolamento domiciliare collettivo, la problematica della violenza domestica. «Il Centro Antiviolenza resta aperto e operativo per offrire supporto alle donne, che possono chiedere aiuto contattando i numeri 0522-58.56.43-44 dal lunedì al venerdì ore 9-13 e ore 15-18, mentre nelle restanti fasce orarie e nei week end è attiva la segreteria», puntualizza la presidente di Nondasola Silvia Iotti.
Il Centro Antiviolenza, che non ha mai chiuso i battenti, ha registrato secondo Iotti «un calo importante dei nuovi casi, in linea con i dati nazionali stimati in un -55%: di fatto le richieste sono dimezzate. Abbiamo a che fare con l’esperienza terribile del Covid-19 ed è possibile e comprensibile che le donne decidano di rimandare la richiesta di aiuto e si concentrino sulla gestione una quotidianità più urgente, con i bambini e gli anziani da seguire. Le donne sanno qual è la priorità e la loro volontà va rispettata». Quello che si vuole evitare è che restare a casa per settimane si traduca per le donne maltrattate in un controllo che è facile immaginare ancor più stringente da parte del convivente, in maltrattamenti sistematici e nella convinzione da parte della vittima di non poter chiedere aiuto perché «tanto non ho un’altra abitazione dove andare». «La mania di controllo, sempre tipica della violenza domestica, in questo periodo di forzato isolamento sociale può tradursi in una trappola perché si è costrette a vivere sotto lo sguardo del violento 24 ore su 24. Oltre alla paura del virus, c’è l’impossibilità di proteggersi dal maltrattante. Per superare l’impasse della sensazione di immobilità il Centro ha rimodulato le modalità operative: il nostro lavoro è cambiato e i colloqui di persona sono stati sostituiti con quelli telefonici».
Anzitutto le vittime che già seguivano un percorso hanno continuato a farlo, tramite appuntamenti telefonici. Le donne che si trovano nelle case-rifugio cittadine, spesso insieme ai figli, possono contare sul supporto necessario in un contesto più complesso. Le vittime mai uscite allo scoperto in precedenza possono rivolgersi al Centro approfittando di qualsiasi occasione per allontanarsi dal violento, telefonando con le dovute cautele oppure omettendo di scrivere sull’autocertificazione il luogo di destinazione dell’uscita. «Si tratta di indicazioni che vengono direttamente da un accordo tra Ministero delle Pari Opportunità e Ministero dell’Interno: si è ottenuto che le donne possano uscire senza autocertificazione. Attenzione però: non vogliamo che le donne si espongano a rischi uscendo di casa quando non è necessario, questi sono più che altro stratagemmi – precisa Silvia Iotti –. L’importante è che chi ha bisogno di sfuggire ai maltrattamenti in famiglia ci contatti. La via privilegiata è sempre il telefono: si riceverà la stessa attenzione. Se c’è una necessità particolare o se l’interessata lo richiede si fissa il colloquio di persona, tenendo conto delle misure di protezione previste (distanza di un metro, lavaggio mani, controllo temperatura, domande di monitoraggio sullo stato salute e contatti con soggetti a rischio). Se infine insorgesse la necessità di un altro alloggio le case-rifugio non sono sold out». —
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