Sono in isolamento nelle proprie camere i ragazzi dell’Erasmus tornati dalla Spagna
Simone: «Mai avrei pensato a una simile situazione. Aurora: «Sembrava di vedere la scena di un film apocalittico»
REGGIO EMILIA
«Avremmo voluto rimanere, pur comprendendo la scelta del ritorno. Speriamo di poter riprendere il tirocinio tra qualche mese». È il coro unanime degli studenti reggiani ritornati a casa dalla Coruna, in Spagna: tre dei sei scesi alla destinazione Reggio Emilia si sono trovati catapultati in una realtà rovesciata rispetto a quella che avevano lasciato due mesi fa. Lavorava in un’agenzia di viaggi Simone Attorre, 19 anni, musicista di San Martino in Rio, che già veniva da un precedente soggiorno alla Coruna. «Era la seconda volta, avevo vinto una borsa di studio ed ero tornato a Reggio solo per Natale – racconta – In Spagna è stato tutto molto veloce: è iniziato lunedì e il venerdì eravamo già chiusi in casa. Visto che noi vivevamo in 14 nello stesso appartamento, lavoravamo molto a contatto con il pubblico (una ragazza di Firenze lavorava in una casa di riposo) e prendevamo i mezzi pubblici, il timore più che altro era di portare il virus in casa. È stato un viaggio pesante, indossando sempre mascherina e guanti, sono arrivato distrutto».
E l’impatto non è stato dei migliori. «Quando sono partito era tutto normale, mai avrei pensato di trovare una Reggio deserta, con le sole forze dell’ordine in circolazione: sono rimasto sconvolto. Già vedere Fiumicino vuota (c’eravamo solo noi e con controlli di ore) mi ha impressionato». Ora Simone è chiuso nella sua camera. «I miei genitori mi lasciano il piatto fuori dalla porta, l’Ausl mi ha chiamato, ci tengono monitorati ma sto bene. Tutta Europa ormai è in queste condizioni: l’unica differenza è che prima ero in quarantena in gruppo e ora sono solo. Ringrazio i miei amici, questi due mesi e mezzo sono stati i più belli della mia vita e mi hanno cambiato tanto a livello personale».
Ha percepito invece la gradualità dell’allarme Chiara Schiano, 19 anni di Correggio. «Mentre lavoravo in hotel abbiamo iniziato a notare i primi clienti con le mascherine; alcuni provenivano da Madrid e ci raccontavano del disastro laggiù. Una volta ho parlato con piloti dell’Iberia: il capo crew, il pilota e le hostess dicevano che secondo loro era inutile fare voli perché gli spazi troppo ristretti facevano molta paura ai passeggeri, tanto più che la compagnia di bandiera spagnola all’inizio non ha dato loro indicazioni precise».
Chiara racconta di essere stata preparata, grazie ai colloqui telefonici, alla situazione italiana e al periodo di isolamento. «Per fortuna abbiamo una secondo bagno in casa e posso usare quello, ma è un bel cambiamento rispetto a prima: in 14 in casa il tempo passava alla svelta, c’era sempre qualcosa da fare. E ho trovato i miei genitori molto provati dal periodo forzato a domicilio». Chiara si è lasciata andare alla nostalgia: «La Coruna è una città bellissima, piena di cose da vedere, mi svegliavo sentendo il rumore dei gabbiani sull’oceano e mi mancano le passeggiate sul lungomare. Io adoro viaggiare, chissà quando potrò farlo di nuovo».
«Mia madre me lo diceva: “tu non ti rendi conto di com’è la situazione”. Per realizzare mi è bastato il volo: ero in fondo all’aereo, l’ho dovuto attraversare per intero, tra le persone bardate che ti osservavano guardinghi», racconta Aurora Concari, 19enne di Bibbiano. Lei era tra quelle che lavoravano fuori città, all’ufficio marketing di un negozio di elettronica, e doveva prendere quattro bus al giorno. «I miei capi gentilissimi mi tenevano aggiornata e fin dal primo giorno mi hanno chiesto se volessi stare a casa: ho accettato, potendo proseguire con lo smart working, ma alla fine non ho fatto in tempo perché ancora dovevano portarci i computer a domicilio quando siamo dovuti partire. È stranissimo non poter uscire. Dalla Spagna sembrava di vedere la scena di un film apocalittico, ma a distanza. La nostra abitazione era in una via chiusa, non ci accorgevamo delle strade deserte; tra l’altro eravamo senza tv, con il solo cellulare. Solo ora mi accorgo di non aver avuto una percezione chiara di cosa significhi il contagio». —
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