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«Lascio il Mozambico con una valigia sola, l’altra è rimasta là perché voglio tornare»

STEFANO CIGARINI * ; * Fondazione E35
«Lascio il Mozambico con una valigia sola, l’altra è rimasta là perché voglio tornare»

Il racconto di Stefano Cigarini della Fondazione E35 rientrato a Reggio Emilia con l’ultimo volo disponibile dall’Africa 

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IL RACCONTO

STEFANO CIGARINI *

E alla fine, il pomeriggio del 24 marzo a Pemba in Mozambico, ero a un incontro con il Sindaco della città e i suoi collaboratori per definire gli ultimi dettagli e i prossimi passi dei progetti in corso. Subito dopo ho deciso di partire, mi è sembrato quasi di organizzare una fuga in 48 ore, lasciando aperti diversi progetti. Ma poche ora prima la malattia era arrivata anche in Mozambico. Un paese bellissimo legato a Reggio Emilia da una lunga storia, e Pemba è una città con tante opportunità ma anche tante necessità. Così ho preso uno degli ultimi voli verso la capitala del paese, Maputo, e da lì l’ultimo volo che – passando da Addis Abeba – ha connesso quel paese con il vecchio continente. Fino a pochi giorni prima il Mozambico mi sembrava un luogo sicuro, mi sono ritrovato dopo pochi giorni a rivedere l’affollato aeroporto di Maputo deserto, in 24 ore due voli programmati: uno verso la vicina Johannesburg e l’altro il mio.

Sono arrivato in Mozambico ad inizio febbraio, mentre il paese piangeva la scomparsa di uno dei più celebri eroi della lotta contro il colonialismo: Marcelino Dos Santos. Che guarda caso è stato uno dei primi due mozambicani arrivati a Reggio a fine giugno del 1970. Un caso che rivederlo ora, porta anche delle analogie, fu infatti Marcelino Dos Santos a siglare il primo patto di amicizia tra le nostre comunità: un gemellaggio tra il nostro ospedale, il Santa Maria Nuova, e l’hospital central di Cabo Delgado, la provincia il cui capoluogo è proprio Pemba.

Fin dall’inizio mi sono trovato immerso nelle attività dei progetti che vedono diverse istituzioni reggiane e mozambicane impegnate, progetti finanziati dall’Unione Europea, dalla Cooperazione Italiana e dalla Regione Emilia-Romagna. Le progettualità in corso con la città di Pemba inoltre sono tante, Comune di Reggio Emilia e Fondazione E35, insieme a partner locali e internazionali come Fondazione Avsi, Gvc-Weworld, Consiglio nazionale degli Architetti, Associazione Italiana del Turismo Responsabile, Fondazione Reggio Children, Unicef, Unido e Unhabitat, lavorano sul territorio con un approccio integrato multisettoriale: supporto allo sviluppo di servizi sanitari, educazione prescolare e primaria, pianificazione e rigenerazione urbana, sviluppo urbano sostenibile, educazione ambientale e sviluppo di servizi per l’occupazione giovanile. Nelle prossime settimane avrei lavorato sul lancio del nuovo progetto MaisPemba, finanziato dall’Unione Europea, del valore di oltre 3,5 milioni di euro, che vede Reggio Emilia e Fondazione E35 protagonisti dello sviluppo urbano sostenibile del futuro della città gemella di Pemba e che vede tra i partner anche EduIren sul tema dell’educazione ambientale.

Il Mozambico infatti, fino a poche giorni fa, era ancora fuori dal “club dei paesi Covid”, ma pian piano in tutta l’area i primi casi iniziavano a manifestarsi: prima il Sudafrica, poi Kenya ed Etiopia, Ruanda, Tanzania etc... Sulla scia dei paesi europei, anche i paesi africani hanno iniziato a prendere misure sempre più stringenti, fino ad arrivare, negli ultimi giorni, a una quasi chiusura totale delle mobilità tra paesi. Inoltre, a causa della mancanza di clienti, molte compagnie aeree hanno deciso di chiudere molti collegamenti. La prima Qatar Airwais, seguita il giorno dopo da Emirates, Tap, South African, Kanyan Airlines... Solo Ethiopian Airlines continuava a garantire, fino a mercoledì 25, collegamenti per l’Europa. Negli ultimi giorni sentivo crescere la preoccupazione di rimanere bloccato nel nord del Mozambico.

Tornando a noi l’escalation è stata immediata, quattro giorni prima in diretta tv – zero casi dichiarati al momento nel paese – il Presidente del Mozambico dichiara le scuole chiuse per un mese, l’annullamento dei visti e il divieto di assembramenti al di sopra di 20 persone.

Un chiaro segnale di quello che stava succedendo: l’impossibilità di portare avanti i progetti in corso, e la necessità di definire uno stand by temporaneo di questi e delle attività future.

Così mi organizzo per valutare di rimanere ancora una settimana per chiudere alcune pratiche e ripartire ma gli eventi precipitano quando domenica 22 marzo viene individuato il primo caso di Covid 19 nel paese. Si dice tra l’altro che sia il sindaco della capitale, ospite qualche giorno prima – in occasione di un seminario – a Londra, insieme ai rappresentanti della Corona e del Governo britannico.

Alle sei di lunedì mattina il mio telefono riceve diversi messaggi: nella provincia di Cabo Delgado, il gruppo terroristico che si fa chiamare Al Shabab, ha sferrato un attacco alla città di Mocimboa da Praia occupando per qualche ora il governo della città. Siamo a 300 chilometri da Pemba, ma questo gruppo che fino a qualche mese fa attaccava sperduti villaggi approfitta della situazione generale per andare verso i centri.

Mi decido così a partire il giorno dopo, cercando di lavorare con i colleghi della città di Pemba e a fissare un incontro con il sindaco della città il mattino prima della partenza. Un altro risveglio brusco il martedì, con l’Ambasciata d’Italia che manda via whatsapp notizie di mezzi e vittime di altri due attacchi a Macomia e Quissanga a 115 chilometri da Pemba.

Nella provincia di Cabo Delgado sono attivi diversi mega progetti nel settore “oil and gas” (Eni uno degli attori principali), ma anche progetti di estrazione di grafite, rubini e carbone. Anche in questo caso, purtroppo, il Mozambico ricalca, come in tutta l’Africa, il collegamento tra enormi investimenti, guerriglia e instabilità.

Il Mozambico ha uno dei sistemi sanitari più fragili a livello mondiale, impreparato a gestire un’eventuale emergenza legata al Covid comparabile a quelle europee attuali. Inoltre misure di contenimento e di “lockdown” sono impensabili.

Le persone non possono non uscire di casa, spesso vivono in 7 in una stanza, e non uscire di casa significa non guadagnare neanche quei pochi Meticais (la moneta locale) al giorno per portare avanti la famiglia. Ulteriori possibili misure di contenimento a breve termine hanno fatto aumentare la preoccupazione, in quanto l’eventuale carenza di generi di prima necessità o carburanti, derivanti dalla chiusura delle frontiere, potrebbe portare a disordini, e quindi a ulteriori rischi per la sicurezza. Già domenica in città non c’era più acqua in bottiglia nei supermercati, il gel disinfettante per le mani scomparso, e gli scaffali mezzi vuoti nei due principali supermercati.

Così è iniziato il rientro, nel pomeriggio del 24 marzo, il piccolo aeroporto di Pemba pareva essere una corsia d’ospedale. Persone che si tenevano a distanza con mascherine e gel alcolici sempre in mano, tutto il contrario del classico calore africano. E il 25 marzo stessa scena in un aeroporto di Maputo spettrale, con la pista deserta e un unico volo in direzione Europa in tutta la giornata. A Maputo mi sono reso conto che mi sembrava di partire lasciando il mio lavoro a metà, stavo iniziando a non sentire la nostalgia di casa, perché nonostante le difficoltà di lavoro Pemba poi ti colpisce, le persone, i colori, gli odori, la vivacità e il forte bisogno di sentire di dover fare qualcosa per migliorare le condizioni delle persone.

Faccio scalo ad Addis Abeba, ormai il più importante aeroporto di tutta l’Africa, il più “incasinato” che mi sia mai capitato di visitare, un aeroporto che a malapena riesce a contenere le persone che ci transitano ogni giorno. Questa volta è spettrale, ci si siede tranquillamente al bar a prendere un caffè, senza la solita massa di gente di ogni parte del mondo che occupa ogni angolo dell’area voli.

E così, in men che non si dica, probabilmente con uno degli ultimi voli per un bel po’, mi ritrovo a Roma. E il viaggio in auto da Fiumicino a Reggio è il momento forse per rimettere in fila i pensieri che nella fretta di una specie di fuga non si è riusciti bene a elaborare, ma con l’idea che comunque una delle due valigie con cui si era partiti è rimasta là, perché non valeva la pena riportare indietro tutto solo per una semplice pausa. Perché sì, non appena sarà possibile, e speriamo molto presto, spero di poter riprendere il lavoro interrotto, insieme ai tanti attori del territorio partner. Spero di non trovare un paese e una città ancora più in crisi. Nel mentre incrociamo le dita e rimaniamo sempre in contatto con i nostri colleghi mozambicani, che continuano a lavorare con passione e decisione per lo sviluppo del proprio territorio, e per mantenere sempre accesa l’amicizia che ci unisce. —







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