«Una valanga di richieste per assistenza psicologica»
Torricelli dell’Ausl: «Dopo l’emergenza, si dovrà lavorare sul lutto e sul trauma»
REGGIO EMILIA
«Ai reggiani, che hanno virato su tristezza e depressione, consiglio di centellinare la televisione: la sovraesposizione mediatica fa male». Le richieste di consulenza psicologica ricevute dall’Ausl dimostrano che nella prolungata quarantena si è passati dall’euforia dell’hashtag #andràtuttobene alla maratona di resilienza intrisa di tendenze depressive. Laura Torricelli, psicologa Ausl, coordina le attività della psicologia dell’emergenza: sia il numero 0522/296555, rivolto alla cittadinanza e al quale risponde lo staff della Psicologia Clinica e di Comunità, sia l’équipe della Psicologia di Emergenza, creata negli anni scorsi per rispondere a richieste di diversi reparti e ora formata da cinque psicologi attivi su tutti i presidi ospedalieri e dedicati ai sanitari.
Qual è la differenza?
«Quella che proviene dai parenti dei ricoverati o dei deceduti o da chi è in quarantena, casistiche che possono sussistere in contemporanea, è una telefonata una tantum: il cittadino chiama e se richiama una seconda volta può parlare con un altro psicologo, mentre il supporto che forniamo agli operatori sanitari è una vera presa in carico, di persona con piccoli gruppi o via Skype. Si tratta di un bisogno diverso: con medici, infermieri, Oss, ma anche 118 e volontari dell’ambulanza non c’è uno spazio depressivo; l’obiettivo è contenere lo stress e decomprimere impedendo al trauma di insidiarsi nel profondo. A tal fine utilizziamo una tecnica raccomandata dall’Oms per il disturbo post traumatico da stress, la Emdr».
La macchinetta resa celebre dall’inchiesta affidi?
«Sì, ma la tecnica Emdr è molto di più, è un protocollo specifico traducibile in “elaborazione e riprocessazione dell’informazione traumatica”, una forma di sostegno alle persone in prima linea per rielaborare il trauma e impedire che si insedi nel profondo. Con la stessa tecnica, finita l’emergenza, lavoreremo con i familiari. Con l’emergenza in corso il nostro lavoro viene un passo indietro rispetto alle esigenze sanitarie: prevediamo che il bisogno psicologico arriverà, a valanga, in un secondo tempo, quando si potranno fare colloqui di persona sul trauma e sul lutto».
Sui cittadini: chi vi chiama e cosa esprime?
«Sono tantissime le telefonate e variegate. C’è chi fa fatica a gestire la quarantena, chi ha familiari in casa con qualche linea di febbre o sintomi ma senza una diagnosi di Covid-19, chi ha necessità di gestire la relazione con i figli o con genitori anziani, chi è in ansia perché teme di non tornare alla normalità. Quanto tempo ci vorrà è la domanda più frequente. Il nodo, per tutti coloro che sono in isolamento domiciliare, è il non sapere se un familiare è contagiato o potrà essere dimesso dall’ospedale: l’incertezza massima è fonte di ansia».
Il numero è attivo da due settimane: avete notato cambiamenti?
«Più si allunga la durata della quarantena e più predominano stanchezza e depressione. È normale».
Cosa consigliate a chi ha bambini e anziani in casa?
«Per i bambini abbiamo pubblicato una sorta di vademecum. È importante che continuino le loro abitudini: compiti e videochiamate con gli amici, film, libri. Devono essere informati senza essere sovraesposti: mai lasciarli soli davanti alla tv, sì a notizie selezionate ma seguite da dialogo e rassicurazione. Il genitore deve tenere presente che se lui per primo è in ansia o depresso i figli lo percepiranno. Per gli anziani mantenere buone abitudini, contattare conoscenti, tenersi occupati. Anche gli anziani dovrebbero limitare le informazioni via tv: uno o due tg al giorno bastano, non alla sera perché può provocare insonnia. Per tutti: rammentate che lo stop alla quotidianità è finalizzato a poter ripartire il prima possibile, ognuno deve dare poco peso al presente e tendere al traguardo a medio e lungo termine, cioè la ripartenza». —
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