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Addio a Giampiero Grevi bandiera della Reggiana e simbolo di un’epoca

Luigi Cocconcelli
Addio a Giampiero Grevi bandiera della Reggiana e simbolo di un’epoca

Arrivò in città la prima volta nel 1957 e fu protagonista in serie B negli anni ’60 È il secondo calciatore con più presenze nella storia centenaria dei granata

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Luigi Cocconcelli

REGGIO EMILIA

Fino alla fine ha continuato ad informarsi sulla sua squadra del cuore. Ma era tanta l’emozione che non guardava la partita in diretta ma si informava dopo del risultato. Giampiero Grevi, vecchio cuore granata, si è spento ieri mattina a 84 anni a Reggio.

Un posto d’onore nella storia della Reggiana se lo è meritato sul campo. Non fosse altro per essere il granata con maggiori presenze nel dopoguerra, 282 partite solo di campionato, moltissime con la fascia di capitano.

In assoluto lo precede soltanto Athos Panciroli, che dal 1936 al 1940 e, dopo la pausa bellica, sino al 1955 ne collezionò ben 315. Presenze, quelle di Grevi, che in realtà sono di più e potevano esserlo. Di più perché alcune lo giocò sotto falso nome. Era militare, non poteva allontanarsi dalla città della caserma, ma lui a volte sfruttava la libera uscita domenicale non tanto, come facevano in molti rischiando giorni di consegna in caso di mancato rientro per l’appello del lunedì mattina, per andare a trovare la fidanzata, ma per raggiungere Reggio o la località dove la Reggiana giocava. Per evitare problemi nella distinta al suo posto veniva scritto Meggiolaro, che era riserva. Cose di altri tempi. Di più se non avesse rimediato una squalifica a vita, poi ridotta a 3 anni e, scontato uno, amnistiato a seguito della vittoria azzurra agli europei del 1968, per aver colpito con uno schiaffo l’arbitro Trilli. Successe sul finire del campionato 66-67, a Genova. La partita non aveva più interessi di classifica, ma molti tifosi del Genoa corsero allo stadio per rivedere la squadra che qualche mese prima aveva dato spettacolo ed inflitto la prima sconfitta stagionale (2-1) alla Sampdoria schiacciasassi di quel torneo, uno squadrone che in avanti schierava un attacco pirotecnico che ancora oggi fa sognare i tifosi doriani (Salvi,Frustalupi, Cristin, Vieri, il padre di Bobo, Francesconi). Bene, anzi male. La Reggiana rimediò una delle sconfitta più pesanti della sua storia,un 8-1 che rimarrà negli annali. Ma cosa successe con Trilli? «Non ne vado fiero- aveva raccontato qualche mese fa - ma ce ne combinò di tutti i colori, poi più che uno schiaffo, mentre lui continuava ad agitare le mani per far arretrare di qualche centimetro la barriera, persi la pazienza e istintivamente, gliele fermai, ma lui si girò in quel momento». Grevi, dopo essere stato calciatore e direttore sportivo della Reggiana, responsabile tecnico del Modena per due volte, prima a livello di prima squadra e poi di settore giovanile («Ebbi la fortuna e la bravura di scovare un certo Luca Toni», amava ricordare) ed aver lavorato pure per il settore giovanile del Parma, da un po’ si era allontanato dal calcio.

L’ultima sua apparizione al Città del Tricolore risale a qualche anno fa, quando premiò Beppe Alessi per la duecentesima partita in maglia granata. Fino a qualche mese fa lo si incontrava spesso a passeggiare nel parco del Crostolo in zona Canali. Nel corso della sua vita affrontò momenti duri, come la perdita a metà anni ’80 della figlia Gloria a soli 22 anni e a breve distanza della moglie Armanda con cui aveva aperto un’attività nel settore tessile. Grevi lascia la moglie Maria Grazia, con la quale viveva in via Lepido, in zona Ospizio, e la figlia Graziamaria.

Nato a Firenze il 31 gennaio del 1936, approda alla Reggiana di Gigi Del Grosso nel 1957, pescato nella Carrarese assieme a Latini e Rosini. È un centromediano, allora che la zona era sconosciuta, faceva il libero. A Reggio vince subito il campionato di C, dopo una rimonta memorabile, resta anche l’anno successivo, poi si trasferisce al Palermo, con i rosanero esordisce in serie A, poi nel 61 torna a Reggio, quindi va una stagione a Padova e poi, nel 1963, torna definitivamente alla Regia. Sino al 70, quando, dopo la retrocessione in C, appende le scarpe al chiodo ed assume l’incarico di direttore sportivo. Nel febbraio del 1973, dopo l’esonero di Galbiati, affianca in panchina Giovanni Campari, promosso allenatore dalla primavera, ed i due riescono a pilotare in salvo la nave granata. Avendo anche il coraggio, ad un certo punto, di buttare nella mischia un difensore promettente, appena diciottenne che poi farà strada sino ad arrivare secondo in A con il Vicenza di Paolo Rossi e chiamato Roberto Carrera. Il cordone ombelicale con la Reggiana si interrompe definitivamente nel 1977. Da allora, con alterne fortune, lavora, come detto, per Modena, Livorno («Fu un annus horribilis, io e l’allenatore Burgnich dovevamo fare tutto, anche i magazzinieri, ad un certo punto ci misero anche il presidente in galera») Brescia, Bologna e, ultima tappa, il settore giovanile del Parma.

Sì, Grevi è un poco la storia della Regia di una certa epoca. Quella del Mirabello in carbonella, del professor Catalani, dei Pinti e Pistacchi, di Volpi che qua faceva il centravanti e finì a fare il libero in Sampdoria ed Juve, dei Greatti i e Martiradonna, futuri campioni d’ Italia con il Cagliari di Gigi Riva, del magazziniere che teneva in un recinto al vecchio Mirabello una capretta che durante una partita, chissà come, trovò un pertugio, entrò in campo e tal Tomy la prese al lazzo come un cow-boy, l’epoca che si entusiasmava alle serpentine del Crippa- show, il primo giocatore cui fu dedicato uno striscione allo stadio, alle reti di Gipo Calloni e Flaviano Zandoli, che proprio Grevi prelevò dal Padova. —

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