«Ho sconfitto il Covid, pensate positivo»
È il messaggio di Aldo Gennari, 75enne di Canossa: «Ho capito di aver rischiato la vita solo quando sono tornato a casa»
REGGIO EMILIA
«Sono un miracolato. Ora che sono guarito, se racconto la mia vicenda è per essere di conforto a coloro che sono tuttora ricoverati: non scoraggiatevi, pensate positivo. Mi auguro che possa finire bene anche per voi e che possiate riabbracciare i vostri cari».
Aldo Gennari, 75 anni (ne compirà 76 il 13 luglio), residente a Canossa dove è molto conosciuto perché ex tecnico del Comune, è uno di quelli che ce l’ha fatta a sconfiggere il Covid-19. La sua storia è stata svelata dalla figlia Monica e ora Aldo può raccontare l’accaduto in prima persona. «Ho iniziato a stare male ai primi di marzo, sento subito quando ho la febbre: era bassa, scendeva un po’ con la Tachipirina ma poi tornava; stessa cosa con gli antibiotici. Ho capito che qualcosa non quadrava». Dall’ospedale di Montecchio, dove una Tac al torace ha mostrato il focolaio nei polmoni, Aldo è stato mandato al Santa Maria Nuova. «Il quadro era già chiaro. In terapia intensiva mi hanno messo attaccato al respiratore, che non puoi mai togliere – racconta il pensionato – Mi alimentavano con il sondino nel naso e la flebo. Già a casa non sentivo i sapori né la fame: non ho mangiato per due settimane. Sono dimagrito dieci chili, altro che dieta». Dopo una settimana «sono migliorato e sono stato trasferito agli Infettivi, sempre con la mascherina di ossigeno ma almeno potevi toglierla ogni tanto: ho ricominciato a mangiare e a parlare. Dopo un’altra settimana sono arrivato nel reparto bassa terapia: lì l’ossigeno viene regolato ogni giorno e va a scemare. Gli ultimi due giorni respiravo da solo e potevo andare in bagno in autonomia». Pochi i contatti all’interno dell’ospedale. «Non vedi nulla, non puoi nemmeno uscire dalla porta. Nell’ultimo reparto eravamo in tre: un altro pensionato, al quale ho regalato una maglia e dei calzini perché non aveva il ricambio, e un altro perennemente attaccato al cellulare. Con la mascherina non puoi nemmeno conversare. Scherzavo con gli infermieri: li chiamavo vampiri perché mi hanno “bucato” dappertutto». Solo quando è stato dimesso, Aldo ha compreso di aver rischiato grosso. «Non sapevo di essere grave. Me ne sono reso conto quando ho letto nella lettera di dimissioni “severa insufficienza respiratoria causata da polmonite doppia causata da Covid-19”. Non mi impressiono facilmente, ma quella frase me la ricordo bene».
Infine il rientro a casa, nell’abitazione a fianco dei familiari, nessuno dei quali si è ammalato. «Sto riprendendo chili, oggi ho mangiato polenta con lepre innaffiata dal Pignoletto: che meraviglia. Lo dico in punta di piedi per scaramanzia. Non ho mai pensato di morire, mai sfiorato dal pensiero, anche perché miglioravo di giorno in giorno. Si vede che lassù Dio non ha ancora bisogno di me e lo ringrazio tanto, perché ho tante cose da fare: soprattutto ci sono i nipoti, maschio e femmina di 19 e 16 anni». Adesso Aldo è ancora in quarantena, in attesa del risultato del controtampone. «Dopo l’ospedale non mi pesa la prigionìa a casa mia, non metto neppure fuori il naso. Sono uno dei pochi che non ha fretta di uscire. Prima voglio essere sicuro». —
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