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L’interVISTA 

«Dall’amore per l’arte alla cura dei poveri e la capacità d’ascolto»

«Dall’amore per l’arte alla cura dei poveri e la capacità d’ascolto»

Monsignor Tiziano Ghirelli ricorda con affetto Gibertini  «Le sue profonde omelie andranno raccolte e rilette» 

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REGGIO EMILIA

«L’esistenza, la lunga esistenza, di monsignor Gibertini è stata uno snodarsi di incontri e di preghiere». Così dice, quasi d’impeto, monsignor Tiziano Ghirelli, segretario del defunto.

Sentiamo, dall’altro capo del telefono, la voce incrinarsi per poi continuare con decisione: «Sono stato testimone, negli anni reggiani di episcopato e anche una volta dimesso – prosegue il prelato – dell’ascolto e dell’accoglienza verso tante persone, sacerdoti e laici. Ha continuato a seguire con attenzione, senza interferire, la chiesa reggiana. Nella comunità benedettina di Parma, dove ha vissuto a lungo dopo il 1998, non è stato una presenza anonima, ma un monaco energico ed arguto che ha vivacizzato quella comunità, nel rispetto peraltro dei voti che lo avevano contraddistinto fin dal 1939. È in forza della sua autorevolezza che, ancora in Diocesi, ha svolto funzioni di Abate visitatore ed è stato spesso consultato nella questioni più rilevanti dell’Ordine».

Cosa ricorda degli anni reggiani del vescovo Gibertini?

«Il contatto con le comunità parrocchiali, con i preti in particolare. Ricordo la meticolosità con la quale si preparava per questi incontri, le serate trascorse a limare i discorsi, ad informarsi sulla vita delle persone che avrebbe incontrato, sull’andamento pastorale delle parrocchie. Le sue omelie andranno raccolte e rilette, specie per i richiami patristici e biblici; la sua attenzione alla Liturgia, ad una “bella Liturgia“ come ripeteva, ha portato al centro delle nostre comunità questa dimensione. In ciò è stato sostenuto dalla sua preparazione e da una sensibilità che si è nutrita della regola benedettina del “cercare Dio” (Querere Deum), come indica il suo stemma, nella preghiera e nel lavoro».

Monsignor Gibertini verrà poi ricordato per il restauro della Madonna dorata che troneggia su Piazza Prampolini.

«Ecco, questa attenzione all’arte, ma ad una arte espressiva dei valori della fede, è sempre stata una prerogativa del Vescovo Gibertini. Ricordo quella sera di maggio del 1995 quando la Madonna dorata, splendente, venne presentata alla città. La piazza era piena e Reggio ritrovò, dopo anni, l’immagine luminosa della Vergine e del Bambino che i fumi avevano ossidato. Dopo la presentazione del professor Massimo Mussini, posso dire che lo sguardo di Monsignor Gibertini era raggiante. Si commosse alla recita corale dell’affidamento di Reggio a Maria».

Com’era la vita in quegli anni, ci riferiamo al periodo dal 1988 al 1998, in Vescovado?

«Ricordo tante persone e un’agenda fitta di appuntamenti, di telefonate ricevute e da espletare. Il Vescovo voleva essere presente ai preti e ai laici in occasioni di ricorrenze, di anniversari, di momenti tristi… Anche i frequenti inviti conviviali rientravano nella sua visione di farsi prossimo, di essere vicino alle persone. La scelta poi di inaugurare nel 1994 il percorso espositivo della Casa del Vescovo, un primo nucleo di quello che sarebbe diventato il Museo diocesano, ha favorito le richieste di accesso a quegli ambienti, con un moltiplicarsi di occasioni di studio, di conversazioni e comunque di conoscenza di persone in visita, sorprese nel poter frequentare spazi ignoti ai più. L’episcopio e la città dialogavano, in una condivisione che non era solo di ambienti. Nello stesso tempo, insieme a “Ioio” Spallanzani, monsignor Gibertini ha voluto ampliare e rendere più funzionale la Mensa del povero, nello stesso palazzo di Curia. Si deve a lui l’attivazione dei servizi doccia per quanti non avevano questa possibilità. L’attenzione all’arte, per il Vescovo, non andava disgiunta dalla cura dei poveri, la ricchezza delle Chiesa, come amava ripetere, ricordando i Padri della Chiesa. L’iniziativa della Mensa è poi proseguita anche con i successori, secondo la tradizione caritativa della nostra comunità. È uno tra i tanti lasciti di questo Vescovo che ha amato la Chiesa reggiana e proprio per questo l’ha spronata, non senza incomprensioni, ad essere trasparente e pulita nel seguire il Signore». —

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