«La catastrofe vera è non riuscire ad accettare la sfida del cambiamento»
La riflessione di Cosentina, prof. di filosofia al liceo Ariosto Spallanzani «Dissimuliamo una scuola che non è più, precludendone una nuova»
LA TESTIMONIANZA
Marco Cosentina
C’è una strana prefigurazione che mi torna in mente in questi giorni ed è la frase del celebre scrittore HG.Welles, il quale nel 1920 affermò che la storia umana stava diventando sempre più una gara fra istruzione e catastrofe, dove la prima stava già allora perdendo la partita.
Non mi annovero tra coloro che celebrano il culto dell’Idiota: la bellezza non basterà a salvare il mondo, ma forse solo a ricordarci ciò che stiamo irrimediabilmente perdendo. E probabilmente il senso della catastrofe, il suo traslato prometeico, è proprio da individuare nell’incapacità non tanto di preservare l’esistente, quanto di accettare la sfida per agire il cambiamento.
La scuola ha reagito al disastro provando ad intercettare quei bisogni che sin dall’inizio dell’emergenza si son palesati come istanze necessarie alla tenuta di una pur minima coesione civile. La comunicazione intergenerazionale, per la prima volta è stata innervata mediante l’uso di quei dispositivi digitali così centrali per il capitalismo cognitivo, nella produzione di valore, che fino ad un istante prima sembravano l’ostacolo maggiore al dialogo ed alla relazione. Laddove la reclusione domestica appariva il rischioso confino dell’individuo, la scuola riusciva ad imbastire la sua traiettoria vocazionale prioritaria, cioè quel compito indispensabile di mantenere aperto lo spazio pubblico alla partecipata formazione del cittadino. In questa fase per lo più garantita dal contributo spontaneo e reciproco di tutti gli attori del processo educativo, insegnanti e studenti prima di tutto, abbiamo assistito a un evento significativo che attivava un protagonismo sociale a partire da quello scambio simbolico che la ricerca trasmissiva e rielaborata del sapere garantisce come matrice essenziale della democrazia. In tutta l’Italia pian piano si irradiava un complesso di esperienze didattiche anche sperimentali, che faticosamente cercavano di restituire un orizzonte di senso a una generazione che già prima della pandemia aveva mostrato di volerne rivendicare uno ben preciso. Di fronte al regime di eccezione (scaturito dal rischio di debacle sanitaria) cioè a quel peculiare e hobbesiano stato di sospensione delle tutele dei diritti, in nome della difesa prioritaria della vita, si stagliava netto, proprio a partire da quel mondo della scuola, così colpito dalle numerose controriforme subite, un tentativo di reagire in maniera energica e coinvolgente, per mantenere in atto un esercizio virtuoso di salvaguardare gli elementi centrali del Politico, proprio a partire dalla necessità di compensare l’elusione del diritto alla conoscenza.
È stata una fase fluida, anche confusa e fragile, forse anche a tratti ancora subalterna al paradigma dominante che impone un’ottica a tutti i costi performativa. Ma proprio perché non regolata, insolitamente insorgente e aperta a ipotesi di innovazione e rimodulazione di quei peculiari processi e di quei complessi meccanismi che innervano i linguaggi legati all’apprendimento. Una fase che necessitava forse di coordinamento, ma che bisognava orientare alla luce di nuove prospettive; ferma restando la necessaria chiarezza e la correttezza di fondo di far capire a tutti che non si trattava di continuare a fare scuola in altre maniere, all’interno di un percorso istituzionale, poiché a tutti gli effetti le attività didattiche di ogni ordine di scuola risultavano e risultano tutt’ora sospese per decreto ministeriale. Tutt’altro! Occorreva intrecciare e mantenere aperto un dialogo con quelle ragazze e con quei ragazzi che la scuola troppo spesso dimentica di conoscere e misura solo in funzione dei risultati nell’acquisizione degli obiettivi o nella maturazione delle competenze da spendere in una competizione sempre più aspra e solitaria. Da lì occorreva ripartire, in maniera da provare a sviluppare un dibattito pubblico che provasse a esprimere una ridefinizione del ruolo dei saperi in confronto ai meccanismi compulsivi che ci hanno spinti tutti sull’orlo ormai evidente del baratro.
Era giunta quindi finalmente la dimensione dell’epokè, quella parentesi di tregua all’interno dell’incessante flusso temporale che comporta a tutti gli effetti una legittima sospensione di ogni giudizio, laddove ogni criterio immanente risulta inadeguato a cogliere la transizione nella crisi. Attorno al sapere si esprimeva un agire collettivo indisciplinato e molteplice, autogestito e potenziale, scevro da obblighi istituiti da norme dirimenti ed eterodirette, disposto all’inquietudine dell’imprevisto e proprio per questo imprevedibile negli sviluppi e negli esiti.
Una ricerca di Scuola che si disponeva ad una scuola della Ricerca; tutto ovviamente ancora in nuce, tutto da inventare, trovando magari quelle ricette che assorbissero la disperazione e l’impotenza. E in particolare a partire dal protagonismo soggettivante delle ragazze e dei ragazzi, molti dei quali da me interpellati mi hanno fatto notare le potenzialità ermeneutiche del ricorso alla didattica digitale, ma anche le ricadute negative nei termini di un differente modo di percepire i tempi di impegno rispetto alla didattica partecipata dei corpi.
Tutto ormai naufragato, tutto ormai perduto. Ha prevalso l’altra traccia, quella del dispositivo permanente che nutre la scuola dell’hegeliano cattivo infinito. Una scuola che si alimenta nella ripetizione dei modelli consolidati, che chiude al possibile per ripercorrere il medesimo ovvio.
Così in seguito al reiterarsi della sospensione delle attività di insegnamento, tutto l’apparato si è ricompattato per dettare la linea convenzionale (con l’aggravante dell’assenza di un quadro normativo di supporto, mentre quello esistente proibisce o invalida ciò che viene effettuato non in presenza) basata su lezioni frontali, interrogazioni e valutazioni. Dissimulando una scuola che non è più e precludendo una scuola che sarebbe potuta nascere come dono del disastro. —
*Professore di storia
e filosofia al liceo
Ariosto Spallanzani
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