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Dai comportamenti di questi giorni dipenderà tutto il nostro futuro

luca vecchi
Dai comportamenti di questi giorni dipenderà tutto il nostro futuro

Il sindaco Vecchi risponde all’appello del vescovo. «Un lavoro da fare insieme per costruire pensiero, strategie e progetti»

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Attraverso la Gazzetta il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi risponde all’appello del vescovo alla città e alla provincia per un impegno generale alla ricostruzione.



luca vecchi

In un momento grave e drammatico come quello che stiamo tutti vivendo, in cui sono messi a repentaglio il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto alla democrazia e alla libertà tornano alla mente le parole di Enrico Berlinguer quando disse: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme, e non uno per uno”.

È passato un mese dal varo dei provvedimenti di contenimento. Mai era accaduto, dal Dopoguerra in poi, nell’esperienza di tutte le democrazie del mondo, di assistere ad una limitazione così ampia delle libertà individuali e collettive di ognuno di noi.

Abbiamo visto chiudere le scuole, le attività culturali e sportive, gli esercizi commerciali e una parte importante delle attività produttive.

Ci siamo abituati al rinnovato silenzio delle nostre città che ci ha accompagnato in questo mese durissimo, il più impegnativo della storia della città. Tutto è cambiato, nella nostra vita individuale e collettiva.

Seguire l’evoluzione dell’emergenza ogni giorno in prima linea è stato un po’ come scoprire l’anima profonda di Reggio Emilia, il senso di appartenenza ad una comunità. Reggio ha affrontato questo mese con una compostezza e una dignità uniche.

Lo ha fatto non dimenticando mai ogni giorno di essere vicino alle vittime e ai loro famigliari. Lo ha fatto con la consapevolezza e la riconoscenza verso chi ogni giorno continua ad essere impegnato negli ospedali e nelle strutture sanitarie nella gestione dell’emergenza.

Lo ha fatto con resilienza e spirito di innovazione, piegandosi senza mai spezzarsi, innovando ogni cosa per stare al ritmo dei nuovi bisogni.



Tutto è cambiato con straordinaria velocità. Il modo di insegnare ai nostri ragazzi, nuovi servizi per corrispondere a bisogni fino a poche settimane prima sconosciuti, rapide riconversioni produttive per essere all’altezza del nuovo contesto.

Reggio non si è mai fermata. Ci ha saputo fare. E oggi un mese dopo può dire di essere in piedi, con fatiche, dolori e sofferenze, che mai ci abbandoneranno, ma con la dignità e la forza di una comunità che uscirà diversa da questa vicenda storica dando prova ancora una volta di uno straordinario livello di civiltà.

Ma la fase dell’emergenza non è finita. Dobbiamo essere consapevoli che nelle prossime settimane ci giochiamo le nostre libertà dei prossimi mesi. Non dobbiamo commettere l’errore di chi anche in buona fede evocò nelle settimane scorse una ripartenza che ancora non era matura.

Lo dobbiamo alle vittime, a chi è ancora ammalato, a chi sta sulla prima linea ogni giorno. Lo dobbiamo a noi stessi anche solo per rispetto a come abbiamo saputo comportarci fin qui. Non ci potrà mai essere una fase di autentica ed efficace ripresa se allentiamo oggi la tensione e l’assoluta priorità nella gestione dell’emergenza.

Il compimento efficace della fase critica dell’emergenza è condizione essenziale per avviare al meglio la seconda fase, per rialzarsi, per ricostruire, per pensare progettare al meglio il proprio futuro.

Questa, oggi, è la strada che la comunità deve insieme continuare a percorrere.



La città pre Coronavirus ha affrontato dieci anni difficili, superando la crisi economica, ripensando il proprio modello, senza mai rinunciare a rilanciare sul futuro, a impostare nuovi progetti. La Stazione ad AV, il Parco Innovazione, il Core, la crescita nell’Università, sono solo alcuni tra i tanti progetti realizzati o in fase di i realizzazione.

Nei giorni scorsi abbiamo approvato il bilancio comunale con insieme un consistente piano di investimenti di progetti e opere pubbliche, pensate e finanziate da risorse certe nei mesi precedenti all’avvio dell’emergenza Coronavirus. 220 milioni di euro in tre anni. Investimenti avviati, ora necessariamente sospesi, altri pronti a partire appena sarà possibile come determinante contributo in chiave anti recessiva alla ripresa della vita.

Penso tuttavia che non dovremmo limitarci a capire quali e quanti cantieri potranno rapidamente ripartire.

Abbiamo bisogno di un pensiero nuovo, che offra risposte strategiche e lungimiranti alle tante impegnative domande che la sfida al Coronavirus lasceranno sul campo.

Volentieri, dunque, colgo l'invito del vescovo, monsignor Massimo Camisasca, e indirizzo alla Gazzetta alcune riflessioni che credo possano rappresentare un contributo.



Come pensiamo possa essere ripensata l’organizzazione ed il ruolo della nostra sanità pubblica? Abbiamo o no consapevolezza di quali sia lo stato di fragilità in cui il nostro sistema sanitario nazionale si è trovato ad affrontare questa vicenda storicamente inedita?

La società occidentale deve dirsi per dovere di verità una cosa: è stata abbandonata la sanità di comunità per privilegiare la sanità individuale, ma questo funziona sulle patologie ma non sulle epidemie.

Come pensiamo di affrontare il tema dell’invecchiamento chiaramente rappresentato nelle curve demografiche di tutta Europa e così tragicamente colpito nelle tante perdite di queste settimane che hanno decimato una generazione che aveva affrontato guerre, ricostruzioni, sfide fuori dall’ordinario consegnandoci nel tempo un grande deposito di saggezza?

I luoghi di produzione, diffusione e fruizione della cultura come potranno ripartire? Perché credo che saremo tutti concordi nel condividere che senza un pensiero forte del sapere, della conoscenza, della cultura non riusciremmo ad alzare lo sguardo verso il futuro.

I luoghi dello sport come potranno riaprirsi? E il tempo libero dei nostri anziani, nei centri sociali, nell’epoca del distanziamento sociale?

Come ripensare il commercio di vicinato dopo settimane di esclusiva consegna a domicilio?

E i nostri ragazzi, i nostri bambini, chiusi in casa da un mese? Come fare per mettere in mano a loro, alle giovani generazioni, il testimone di un futuro da reinventare?

Come ripensare ai luoghi e ai momenti della partecipazione come ingrediente fondamentale della democrazia?

RECESSIONE INEVITABILE

E non ultimo per importanza, come affronterà l’Italia, l’Europa, il mondo, il contrasto ad una recessione inevitabile che è ormai alle porte, che rischia di togliere il filo di speranza facendo precipitare milioni di famiglie in una catastrofe economica e sociale senza precedenti?

Il capitalismo sarà in grado di ripensare se stesso, riposizionando inequivocabilmente il primato della centralità e della dignità della persona al di sopra della deriva speculativa e finanziaria tipica degli ultimi trent’anni?

Il tema imprese e lavoro richiede un grosso coordinamento con le politiche nazionali: è la liquidità nazionale che deve finanziare fondi ma è il livello locale che deve decidere su quali priorità allocarle. E questo è un passaggio fondamentale per aiutare le città, i comuni, ad essere - insieme all’economia e agli attori privati - protagonisti della ricostruzione.

Ecco, credo che Reggio dovrà calarsi in modo totalizzante in questa nuova e consapevole dimensione.

Sarà la sfida vera delle nostre generazioni. Avremo bisogno di cogliere alcuni insegnamenti.

Di fare i conti con il valore della fragilità, per vivere questa condizione non solo come un bisogno di assistenza, ma come valore primo, unificante, di un’intera comunità.

Di fare i conti con il valore della salute come bene comune su cui investire, non dandolo per scontato, e superando una presunzione di invulnerabilità delle nostre società a cui forse eravamo inconsapevolmente ripiegati.

Di fare i conti con il valore della solidarietà e della collaborazione, non come evocazione retorica, ma come risposta concreta e necessaria di cambiamento di una società per troppo tempo chiusa e lacerata da aspirazioni di bieco individualismo.

E soprattutto di fare i conti con il valore della sostenibilità a tutti i livelli, in una visione di “ecologia integrale” che coinvolge l’ambiente, l’economia, il lavoro e soprattutto gli stili di vita di ognuno di noi.

Io non ho dubbi che Reggio Emilia saprà essere all’altezza, che saprà farlo con grande spirito di collaborazione, di confronto e di discussione tra tutti gli attori in campo.

Credo ci servirà anche uno sforzo importante di ascolto, chiamando professionalità e competenze nazionali e internazionali per aiutarci ad accompagnare questa fase di riprogettazione del nostro futuro.

Sarà compito delle istituzioni guidare e coordinare questa ripartenza.

Lo faremo dando seguito ai presupposti di un lavoro già avviato nei mesi scorsi.

Un lavoro da fare insieme per costruire pensiero, strategie, piani e progetti in un orizzonte strategico che dai prossimi mesi guardi al futuro della nostra città.

Lo faremo con una consapevolezza: che primariamente dovremo saper esprimere quel cordoglio collettivo, di comunità, che non abbiamo potuto esprimere; che dovremo stare vicini e pacificare la rabbia di chi avrà perso tutto o quasi tutto.

Nessuno si salva da solo.

Ne usciremo insieme e ripartiremo insieme. E sarà questa la grande sfida che sapremo raccogliere. —

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