Gazzetta di Reggio

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Mia figlia ormai ha smesso di chiedermi «Mamma, ma oggi si va a scuola?»

FRANCESCA BRIGNOLI
Mia figlia ormai ha smesso di chiedermi «Mamma, ma oggi si va a scuola?»

Francesca Brignoli, già collaboratrice della Gazzetta e laureata a Reggio Emilia in Scienze delle Comunicazione vive in provincia di Bergamo. Il suo racconto dal fronte del Coronavirus, fra il dramma e la continua ricerca della normalità

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LA TESTIMONIANZA

FRANCESCA BRIGNOLI

Compiere quarant’anni il quarto giorno della quarta settimana di quarantena ha già di per sé un input cabalistico che non so interpretare; vivere a Curno sul confine con Bergamo, alle frontiere del Coronavirus, oltre che rappresentare una sfida alla mia erre moscia, mostra un’occasione per qualche inaspettato sorriso nella situazione tragica che conosciamo purtroppo bene in queste settimane.

Quando poi quella stessa sera del tuo compleanno al telefono senti una voce amica che non sentivi da quasi vent’anni ed è il tuo ex caporedattore che ti chiede un pezzo sulla routine delle tue giornate, beh, capisci ancor di più che gli intrighi di Madre Natura sono una trama di sorprese senza fine.

Il caro caporedattore, conosciuto nel 2000 quando studiavo Scienze della Comunicazione all’Università di Modena e Reggio, si ricordava che sono originaria di Peia, paesino della media val Seriana, zona ormai tristemente nota in tutto il mondo come focolaio del virus nella bergamasca. Immagino non sapesse che mia cugina è in servizio come medico di guardia insieme al fidanzato ad Alzano Lombardo e mi aveva raccontato ancor prima della Sciarelli di quante persone si fossero presentate con gravi sintomi respiratori già nella prima di metà febbraio.

Avrebbe potuto rintracciare sui social che ho un marito degustatore professionista ma non poteva sapere che a cavallo tra febbraio e marzo stavamo provando a capire – facendo rete coi suoi colleghi degustatori – quanto la totale incredibile perdita dell’olfatto che subivamo potesse essere collegata al Covid19, come poi è stato dimostrato. Il buon caporedattore Mastrangelo aveva avuto sentore che potessi avere una figlia, come infatti ho: un tesorino di tre anni e mezzo che ha ormai smesso di chiedermi “oggi si va a scuola?” perché sa già la risposta: “no cucciola, c’è Coronello”.

E così eccomi a raccontare sulle pagine di questo giornale, che per me era palestra preziosissima quando sognavo di fare la giornalista e sfrecciavo in bicicletta tra le vie di Reggio da una conferenza stampa a un concerto, eccomi invece a raccontare la giornata tipo di una famiglia bergamasca in quarantena.

Le nostre giornate cominciano con la sveglia della piccola, con l’ora solare non ci siamo ancora del tutto regolati, tutto ha un fare lento: le coccole, lavarsi, la colazione... penso a tutti i muscoli che mettevo in moto nella normalità di prima per riuscire a preparare la bambina ed essere alla scuola dell’infanzia alle nove e poi direttamente al lavoro: una scheggia! Ora no, ora tutto si fa in maniera più zen. O quanto meno si cerca.

La mattina è il momento di qualche lavoretto con la piccola: disegni, collages, un po’ di giochini, si dà vita ai pupazzi, si recitano storie. Se c’è bel tempo si esce nella nostra parte di cortile con sei metri quadrati di giardino che non avrei mai pensato potessero diventare così preziosi: Luce Aida prepara una zuppa di foglie per i suoi peluche, controlliamo se i semini che abbiamo piantato stanno spuntando, diamo due calci al pallone, proviamo la biciclettina, l’importante è stare fuori quell’oretta e prendere un po’ di sole. Poi è subito ora di pranzo, la piccola ha gli orologi biologici più scanditi dei nostri e guai se scatta l’ora X.

Per fortuna anche a mio marito Simonmattia piace cucinare, si fa un po’ per uno. Non abbiamo mai passato così tanto tempo ai fornelli prima d’ora: prima il pranzo si faceva ognuno per conto suo, la cena insieme mediamente due volte alla settimana perché Simonmattia di sera lavorava nel suo micro pub di birre artigianali in Bergamo mentre io tornavo alle 7 dal lavoro (nel frattempo sono diventata logopedista e lavoro per una storica cooperativa di Bergamo) e trovavo Luce e i nonni felici, con la cena già mezza imbastita.

Eh, i nonni. Ci mancano tantissimo. E non perché li abbiamo persi grazie al Cielo ma perché nella vita di prima erano sempre presenti con grandi scambi di affetto e dopo la nascita di Luce Aida erano diventati un cardine imprescindibile della nostra organizzazione familiare, si prendevano cura della bambina per quasi tutto il pomeriggio. Lei li adora, li sentiamo per telefono tutti i giorni, scambiamo foto, audiomessaggi, qualche videochiamata; purtroppo nelle loro case non c’è una gran connessione dati e allora le videochiamate funzionano così così. C’è tanta malinconia, pur nella gioia di essere ancora tutti qui.

Si passa tanto tempo al cellulare, si sentono gli amici, i colleghi, si leggono notizie.

Accendiamo la televisione solo per un cartone animato lungo dopo pranzo e per un documentario o un film poi la sera, dopo che abbiamo messo a nanna la cucciola insieme all’animaletto che ha scelto per quella notte, non prima che il suo papà le abbia letto qualche storia.

Ecco, dentro la disgrazia del Coronavirus, se devo fingere di essere un’ape alla ricerca di un fiore tra le macerie, vedo il grande dono di un rapporto padre-figlia che è sbocciato, in queste lunghe giornate insieme... nella routine serrata dei nostri orari lavorativi di prima non sarebbe stato possibile, non così.

Mio nonno Toni che aveva fatto la guerra diceva sempre: “to ghet ol cul in del boter” che tradotto dal dialetto bergamasco significa avere grande fortuna e protezione senza quasi rendersene conto. Mi sento così.

A molti dei nostri conoscenti disgraziatamente non è andata così bene, ci sono situazioni molto dolorose. La mia vicina di casa ha la mamma in terapia intensiva e un bimbo dell’età di Luce che non può più frequentare le sue due sedute di psicomotricità settimanali.

Penso ai tanti bimbi che come lui avrebbero bisogno di trattamenti specifici, di una routine socio-educativa, di lavori sul linguaggio o sugli apprendimenti e magari si trovano a casa con genitori squassati dal dolore per il lutto, preoccupati per le ospedalizzazioni dei loro familiari oppure impegnati a pieno ritmo nel telelavoro.

Conosciamo delle giovani mamme che sono fuori casa tutto il giorno perché lavorano in campo medico e stanno valorosamente sacrificando la famiglia per l’emergenza, a loro va tutta la nostra ammirazione e un commosso ringraziamento.

Simonmattia e io facciamo quello che possiamo ora per lavorare da casa: lui tiene delle videoconferenze a tema birra per i suoi clienti e per i corsisti di tutta Italia che in queste settimane avrebbero dovuto partecipare alle lezioni dal vivo, per sua fortuna è un buon oratore e non si imbarazza davanti alla videocamera per cui riesce a ricevere apprezzamenti anche così, scrive qualche articolo per le riviste birrarie come faceva anche prima, ha voglia di tornare a condividere le degustazioni con gli appassionati ed è preoccupato per le sorti del suo piccolo pub.

Io sento i miei piccoli pazienti al telefono, mando consigli alle famiglie su come proseguire le attività linguistiche, giro link per giochini logopedici on line, mi rendo disponibile per confronti sulle evoluzioni dei bimbi che prima vedevo in trattamento; al momento non mi sento di chiedere una parcella ma forse se la situazione non si sblocca dovrò iniziare a pensarci.

La prima settimana dopo il decreto è stata di incredulità, non ci rendevamo conto di cosa stesse succedendo, si credeva comunque sarebbe durato per poco. La seconda settimana è stata di sgomento, pianti, pensieri di ogni tipo, un caro amico birraio e farmacista ha lasciato inaspettatamente il corpo a sessant’anni, in soli tre giorni se n’è andato, lì ci sono veramente tremate le ginocchia. Quel farmacista si chiamava Giovanni Fumagalli, era conosciuto anche perché da ragazzino aveva avuto una parte nel film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli”; suonava il pianoforte, nella famiglia di ricchi borghesi proprietari terrieri. Quel film vinse la Palma d’Oro a Cannes, senza attori professionisti, recitavano solo persone prese dai nostri paesi.

La terza settimana è stata di mesta rassegnazione. Questa quarta settimana inizia ad avere un tono di stanchezza, alternato alla voglia esplosiva di tornare alla vita. Dalla valle mi riportano ancora tanti necrologi di persone anziane ma attive, che aiutavano in paese, genitori di “ragazzi” della nostra età ma mia cugina ha smesso, almeno per il momento, di vedere dieci morti a notte in guardia medica; come medico ha sulle spalle ancora chissà quante settimane di lavoro serrato, con tutto il peso di quelle di prima che sono state un incubo ma forse inizia a vedere a distanza un timido spiraglio di quella luce dell’arcobaleno che abbiamo così tanto disegnato coi bambini.

Il clima comunque è di paura: al supermercato si va una volta alla settimana con la mascherina e i guanti monouso, ormai ce li hanno tutti anche se non sarebbe obbligatorio, per fortuna non troviamo mai la coda per entrare perché Curno è piena di supermercati e centri commerciali, i cittadini si distribuiscono. Incrociando le dita che la mia auto parta (le ultime due volte la batteria era a terra, si è messa in moto a spinta) vado e compro un carrello pieno, poi una volta a casa butto tutti gli imballaggi, disinfetto le confezioni, butto fogli e fogli di carta monouso bagnata di candeggina (l’alcool rosa non l’ho mai più trovato nei negozi) mi lavo e mi cambio.

Non so bene perché lo faccio, visto che siamo quasi convinti di aver già avuto il virus e secondo le mie speculazioni da operatore sanitario le eventuali ricadute dovrebbero essere eventualmente più lievi ma insomma è una mania che ti viene pensando a quell’esserino invisibile che potresti portarti in casa dopo esser stato al supermercato.

Il clima è di paura perché se suona il citofono e non hai ordinato nulla al corriere ti viene un colpo, poi è la vicina che ti vuole passare dei bulbi di tulipano attraverso le sbarre del cancello e allora sei sbigottito dal pensiero gentile e ti senti un mostro perché stai solo pensando a come disinfettare il sacchetto.

Quest’anno la torta di compleanno l’ho preparata piccola, sapevo che non avrei potuto condividerla con nessuno a parte mia figlia e mio marito, è stata comunque una giornata dolce, in fondo basta poco per essere felici. Qualcuno mi hanno detto: festeggerai dopo!

Non credo, ma il dopo arriverà prima o poi, anche grazie all’app della Regione per la mappatura dei casi, agli esami sierologici a tappeto che si spera prendano il via e ai nuovi ospedali da campo, la situazione gradualmente potrà tornare gestibile e usciremo da queste mura col coraggio per ricominciare a vivere in società. —





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