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Ma di quale materiale dovranno essere fatte le nuove fondamenta?

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Caro Direttore, la ringrazio per il suo editoriale di domenica “Quel bimbo a cavallo del leone”, che presenta alcuni stimolanti spunti. Personalmente colgo con favore l'appello di monsignor Camisasca a una nuova stagione di “ricostruzione”. Mi chiedo: ricostruzione di quale modello? Mantenendo quali fondamenta?

Alcuni sociologi considerano i periodi di crisi (economiche, sociali, naturali) come degli “acceleratori” di cambiamenti che comunque avverranno, ma con tempi lunghi. In altri termini, le crisi rendono manifesti contraddizioni e problemi già in essere che è necessario affrontare subito. E allora, in questa lettera pongo soltanto uno dei tantissimi interrogativi che questa crisi mi (ci) pone davanti. Forse il primo, se non per importanza, per ordine cronologico.

Questa epidemia in poche settimane ha fatto il giro del globo e ha dimostrato quanto siamo sempre più connessi e globalizzati. O meglio, l'economia è sempre più globalizzata e capace di utilizzare le nuove tecnologie per svilupparsi: basti pensare che l’influenza spagnola impiegò due anni (dal 1918 al 1920) per arrivare a diffondersi in tutto il mondo. Rispetto a un secolo fa, le persone viaggiano molto più spesso e percorrono distanze molto più lunghe grazie alla crescente integrazione dei sistemi economici internazionali. Allo stesso tempo la democrazia liberale sta regredendo da più di vent’anni e con essa anche i confini di agende contro diseguaglianze, povertà e protezione delle categorie più deboli si restringono. L’economia ha dimostrato di sopravvivere senza politica, il tessuto sociale ha dimostrato il contrario.

Prima di ricostruire studiamo il progetto, chiediamoci di quale materiale debbano essere composte le nuove fondamenta. Decidiamo che casa vogliamo costruire. —

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