«Nella quarantena riscopriamo casa e immaginiamo il nostro futuro»
Le idee e le suggestioni dell’architetto Francesco Bombardi che con l’esperienza di Officucina ha precorso questi tempi
Massimo Sesena
REGGIO EMILIA
Cosa rimarrà, di buono, di questa quarantena interminabile? Cosa porteremo con noi, probabilmente per sempre, quando usciremo, finalmente liberi da questa casa che a volte ci sembra una prigione? La risposta è più semplice di quanto possiamo immaginare. Ci porteremo... la casa. E quel che è evidente è che ci porteremo non la casa dei nostri sogni, ma piuttosto la casa che abbiamo, che abitiamo come non abbiamo mai fatto finora, quella in cui abbiamo rivoluzionato la nostra quotidianità, anche solo per il fatto che ci passiamo indiscutibilmente un maggior numero di ore.
Una buona notizia? Dipende dai punti di vista.
Ad esempio, proprio in questi giorni, sull’Huffington Post, il filosofo Massimo Cacciari è stato tranchant: “Leggo malissimo, scrivo con difficoltà, non mi concentro. È una situazione angosciante. Lasci stare le puttanate che raccontano i nani e i ballerini della televisione. Chi può stare bene a casa? Che fantasie idiote sono mai queste? Solo un irresponsabile può avere l’animo sereno in un momento così. In queste condizioni, la casa è un inferno”.
È davvero così? Davvero non possiamo trovare un modo di vivere meglio questa condizione forzata? Lo abbiamo chiesto a una persona che come tanti si sta interrogando su questo momento che stiamo vivendo.
A pensare – anzi a ri-pensare – a un nuovo concetto di casa è stato in queste settimane Francesco Bombardi, architetto, designer, docente, maker da sempre attento all’innovazione come grammatica per leggere le trasformazioni del mondo. Che peraltro, al pari di tutti coloro che immaginano il futuro, in parte ha già visto.
Architetto, lei esalta le potenzialità dello stare a casa, mentre Cacciari non ne può più...
«Anche io – dice – sopporto male la retorica e i saputelli. Il cambiamento non sarà radicale e nemmeno immediato».
Allora dove sta la bellezza dello stare a casa?
«Nella riflessione che sto facendo io non noto altro di nuovo che la consapevolezza e la presa di coscienza di dinamiche che avevamo già sotto gli occhi, latenti. Anche dopo la peste di Firenze del 300 tutto è tornato come prima ma poco dopo è nato un fenomeno che ha rivoluzionato il mondo, il Rinascimento. È il momento di immaginare, ancora prima di scommettere».
Che casa ci lascerà questa pandemia terribile? Una casa nuova rispetto a quella che abbiamo vissuto prima che la pandemia cambiasse le nostre vite? Una casa che queste settimane di reclusione forzata ci hanno costretto a ripensare, riorganizzare, adattare?
«Diciamo che in questo tempo più lento – dice Bombardi – abbiamo rivisto il nostro concetto di casa. E in queste settimane di clausura ho potuto rivivere e rivedere alcuni concetti che facevano parte dei miei mestieri».
Architetto, cosa abbiamo imparato in questi giorni di quarantena?
«Abbiamo scoperto una nuova intimità che io chiamo intimità connessa. Ovvero: siamo isolati perché non possiamo uscire di casa, ma al tempo stesso siamo connessi perché lavoriamo da casa e seguiamo le lezioni a scuola».
Stiamo di più davanti al pc o con lo smartphone in mano...
«Non solo. Lo siamo in un ambiente che queste circostanze ci hanno portato a conoscere meglio, a vivere in un modo diverso».
A cosa allude?
«A tutte le esperienze di socialità che abbiamo visto. Penso ai concerti o ai dj set sui balconi».
Abbiamo scoperto di poter usare i balconi.
«E io aggiungo, anche le finestre. Ed è un tema, quello della finestra e delle sue potenzialità che ho sempre avuto presente nel mio lavoro. Io amo stare alla finestra e in questo particolare momento credo sia diventato, anche questo, un luogo di intimità, ma anche di contemplazione della realtà, è una intimità ma una intimità di contemplazione. Io posso dire di aver arredato e costruito la mia casa proprio attorno alla finestra. Non solo: dal concetto di Officucina, openspace affacciato sul centro di Reggio fino ai tavoli del ristorante affacciati alle finestre, fino ai banchi di una classe, che possono essere portati al cospetto della finestra. Perché è la finestra che ci consegna quello che accade fuori, è attraverso la finestra che possiamo restare connessi con ciò che ci circonda».
Quando tutta questa storia sarà finita ci godremo di più la finestra?
«Me lo auguro. E penso che sarà così anche per i balconi, ma anche ad altri pezzi della nostra casa. Penso ai solai, alle cantine, agli spazi comuni condominiali che abbiamo imparato a vivere in queste settimane di clausura».
In queste settimane, anche per passare il tempo con i nostri bambini, abbiamo vissuto anche molto in cucina. E questo per lei dev’essere stato un dejà-vu...
«Sì, in effetti sono state tante le suggestioni che mi hanno ricordato il lavoro di Officucina. Ovvero la cucina come laboratorio concettuale e sempre rigorosamente connesso».
La casa è diventata un bozzolo. Potrà servire anche in futuro?
«Me lo auguro, a patto che si rimanga in contatto, ovvero connessi. Il futuro è nella fusion tra isolamento e tecnologie in una sorta di intimità connessa».
La stragrande maggioranza di noi non abita in un castello. La casa si può adattare anche a forme ed esigenze diverse? Pensiamo al lavoro agile o anche alla convivenza con un familiare malato...
«Credo che il segreto sia nella rapidità con cui si potranno adattare gli spazi alle diverse esigenze. Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo ad esempio con lo smart working. La tecnologia in questo caso è fondamentale». —
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