Così potremmo portare ad abitare in città 150 dottorandi in 3 anni
I progetti dell’Ateneo per Reggio Emilia spiegati dal professor Alberto Melloni «Per uscire dalla palude della crisi aderiamo subito al “Bando facciamo”»
Il direttore del Dipartimento di educazione e scienze umane di Unimore risponde all’appello del vescovo monsignor Camisasca che la Gazzetta ha pubblicato domenica.
alberto melloni
Caro Direttore, ti sono personalmente grato di aver creato col tuo editoriale lo spazio per passare dall’appello alla progettualità. In effetti molte delle cose che si sentono dire in queste settimane sul “dopo Covid” sono fatalmente destinate all’erigendo Museo della Banalità, dove, come insegnava Enzo Jannacci, sarà custodito il ricordo di “quelli che andrà tutto bene” (dimentichi della fila di bare e del crollo dei consumi), di “quelli che siamo finalmente passati alla digital education” (che dovrebbero sentire cosa si dice in sede Unesco sulla salute mentale di bambini privati della comunità scolastica), di “quelli che servono misure shock” (perché lo shock c’è già purtroppo).
BESTIALITà DEL LEGHISMO
Qualche silenzio suscita ilarità: se si pensa che un anno fa mezz’Italia era pitonata dalle bestialità del leghismo social, col mito dei porti chiusi, la carezza ai mitra, il bacio dei rosari e altre bestemmie sulla Vergine Maria.
Per uscire da questa palude il “bando facciamo”, se posso dir così, della Gazzetta, vede il Dipartimento di educazione e scienze umane di cui sono pro-tempore direttore, attento e impegnato.
MIGLIORARE L’EFFICENZA
Un dipartimento – sia chiaro – non ha i “risparmi” di cui parla il vescovo Massimo rivolgendosi forse ai pochi ricchi sopravvissuti ad una crisi lunga e durissima. Né si permetterebbe mai di lamentare “intoppi burocratici”: perché nello Stato moderno la burocrazia è ciò che la legge impone all’amministrazione; e me le terrei care entrambe, cercando di fare leggi migliori e di migliorare l’efficienza dell’amministrazione dello Stato, perché il semplicismo che invocava “più società” e “meno Stato” l’abbiamo visto in gattabuia in Lombardia.
Il Desu, che dopo l’elezione di Carlo Porro non deve più temere le manovre e le vessazioni che volevano farlo saltare, ha fatto scelte che sono parte dello sforzo per ridiventare comunità attrattiva per studenti e professori.
INSEGNANTI, EDUCATORI, PEDAGOGISTI
Noi siamo il luogo dell’ateneo che fa didattica e ricerca attorno al pianeta educazione: in primo luogo lavoriamo per dare al Paese insegnanti, educatori, pedagogisti con lauree triennali, magistrali e a ciclo unico (la laurea triennale in psicologia che avevamo con i medici di Parma è transitata da qualche giorno a medicina); poi formiamo gli insegnanti del sostegno e tutto ciò che, per dirla con la bella espressione di Annalisa Rabitti, serve a rendere la città senza barriere, nemmeno davanti al cancello della scuola.
FORTE CRESCITA NEL 2021
Questo pacchetto di interessi conoscerà una forte crescita nel prossimo anno. Anziché formare 145 maestri e maestre (per i 3-11 anni) ne faremo quasi il doppio. Anziché dare il corso per educatore online a studenti che passano di qui per qualche esame rifaremo i corsi in presenza e ammetteremo 560 studenti a numero chiuso, con uno sforzo che raddoppia il carico di quasi tutti noi.
TRIPLICHEREMO IL NUMERO
Anziché formare 100 insegnanti di sostegno, triplicheremo il numero totale di ammessi: per poter dire a chi oggi culla un bambino o una bambina speciale che quando andrà a scuola nel 2026 potrà contare su personale preparato. La nostra ricerca è presente su scala europea e nazionale (abbiamo la parte Edu di un grande progetto sulle Fuel Hydrogen Cell, siamo nella infrastruttura delle scienze religiose, abbiamo vinto un Prin). E ammetteremo altri dieci dottorandi al PhD con Fondazione Reggio Children, interlocutore della nostra ricerca e della task force del Miur nella crisi Covid, in attesa di dare questo titolo honoris causa a Liliana Segre, quando ridiventeremo normali.
Altre cose sono nel cassetto, per avere delle magistrali innovative sulla editoria scolastica e sulle scienze religiose con la facoltà teologica dell’Emilia Romagna; ma verranno per i maturandi dell’anno prossimo.
CHIAMIAMOLO PALAZZO BARONI
Il tutto mentre ci apprestiamo a spostarci da Palazzo Dossetti a Palazzo Baroni (posso dire che a me piacerebbe che il seminario fosse intitolato al vescovo del concilio, che è stato un grande educatore?) dove le esigenze di quasi 5000 studenti troveranno aule, laboratori, biblioteche, servizi, mense e alloggi di cui hanno diritto.
SENSO DEL DOVERE CHE INCOMBE
È poco? È tanto? Per noi è la riprova che chi fa la cosa giusta arriva puntuale all’appuntamento con l’inatteso, anche con l’inatteso tragico di questi mesi. Senza eroismi intermittenti, senza volontarismi e velleitarismi: col senso del dovere che incombe a chi ha la possibilità di essere un modello, anche per la relazione fra città e ateneo.
Non dico da oggi che se l’esempio del dottorato “industriale” che abbiamo lanciato fosse seguito da altri (puta caso Cybersecurity bancaria con Credem, Ematologia con il Core, Sound engineering con Rcf, Politiche della transizione ecologica con Iren, Belcanto col Peri) noi potremmo portare ad abitare in città in tre anni 150 dottorandi con borsa e ad avere docenti da ogni dove che lasciano sul terreno denaro, legami, idee: e questo darebbe alla Mediopadana il senso di essere un approdo e non solo un molo per l’uscita di capacità: ma questo riguarda una intelligenza collettiva di cui la politica è l’enzima.
Se c’è intelligenza collettiva e se c’è politica, ovviamente. —
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